© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 Codice ISSN 2239-0235

AIUTO, KIEFER MI COPIA!

Gustoso aneddoto non privo di una certa

morale sulle abitudini professionali di taluni

critici à la page

Era ancora estate e m’arriva una mail di Giorgio Di Genova che mi segnala il fatto che Giorgio Bonomi nella sua rivista “Titolo” n.10, estate/autunno 2015 mi accusa di “doppio” nei confronti dell’artista tedesco Anselm Kiefer. Dato che conosco Bonomi lo chiamo e lui mi dice che “non guarda in faccia nessuno”. Sono stupefatto tanto dall’assurdità del paragone tra me e Kiefer quanto dalla risposta goffa e fuori luogo. Ma insomma decido di documentarmi, mi metto alla ricerca di questa rivista. Telefono e guardo in rete, però non si riesce a capire dove procurarsela. Da Rubbettino, editore della rivista, mi dicono che ci dovrebbe essere un’edicola a stazione Termini che forse ce l’ha, alla fine si resta d’accordo che me la mandano loro. Avuta la rivista vedo che in effetti c’è una rubrichetta di una sola pagina curata dal nostro Bonomi che s’intitola “L’originale e il suo doppio” e che contiene due colonne affrontate di foto delle dimensioni di circa centimetri 6x4 ciascuna, schierate rispettivamente sotto il titolo “L’originale” a sinistra e “Il doppio” a destra. Nella colonna di sinistra, la foto che riguarda Kiefer rappresenta uno dei suoi aerei/scultura in piombo scuro raggrinzito messo a terra all’Hamburger Bahnhof di Berlino; l’oggetto a giudicare dalle prese di corrente che si vedono a parete accanto a lui non deve essere più grande di un 3x2,50 metri, la data del lavoro è il 1989. Quella che riguarda me rappresenta una mia grande installazione che ha come protagonista il grande spazio del Neues Kunstforum di Colonia dove nel 2015 ho inscenato una complessa scenografia. L’altro “attore” di questa scenografia ( Leviathan II ) è in effetti la riproduzione di un modello dell’aereo italiano Savoia Marchetti SM79, reso in forme opulente in alluminio satinato; quest’ultimo oggetto misura 14x16x2,50 metri. Bonomi ha omesso in modo scorretto nei confronti degli eventuali lettori, di riportare i materiali, la tecnica e le dimensioni dei due lavori che pretende tuttavia di mettere a confronto, mentre questi dati potevano già dare l’idea che si tratti com’è in realtà, di due lavori radicalmente diversi. Se Bonomi voleva sapere davvero che tipo di lavoro fosse il mio bastava mi chiedesse via mail o telefono, visto che mi conosce, la documentazione adatta a capirlo; invece s’è guardato bene dal farlo, ha preferito fornire una notizia falsa ai suoi lettori, sempre che ve ne siano, pur d’avere del materiale per tenere in piedi la sua stenta rubrichetta, simile questa alla lista dei buoni e dei cattivi delle scuole elementari che Bonomi deve aver ripetuto più volte tanto da conservarne un’impressione così durevole. E c’è ancora un elemento che Bonomi pare derivare dalle scuole elementari, quello della copia: “Maestra Pierino mi copia!”; la copia, bestia nera degli antiquari e delle scuole elementari si ripresenta nella rubrichetta di Bonomi in termini nuovi, quelli del “doppio”. Qui le cose si potrebbero complicare e farsi difficili perché il “doppio” cosa significa poi? Il mio lavoro secondo Bonomi sarebbe l’ alter ego di quello di Kiefer? Oppure ne rappresenta l’anima astrale? Ma questi temo siano argomenti e territori troppo complessi per Bonomi, il quale non spiega il senso dei suoi paragoni dei termini che usa, tanto da farmi credere, anche per via della rustica risposta telefonica, che per lui “doppio” significa semplicemente “copia”. Tralascio di soffermarmi sull’assurdità di tale affermazione, secondo la quale io avrei copiato Kiefer ventisei anni dopo, mi interessa di più il confronto tra i due lavori, confronto cui Bonomi d’altronde mi tira per i capelli. Lo spazio in cui ho allogato Leviathan II misura in pianta 40x10 metri, con una altezza di 15. E’ uno spazio unico, non suddiviso in altri spazi, che fin dall’inizio si presentò per me come una sfida: come renderlo curioso, vivo, significante? Le misure dell’SM79 interprete della scenografia Leviathan II sopra riportate furono da me calcolate in ragione di un rapporto proporzionale con lo spazio dato; l’oggetto intruso doveva infatti mettere in moto nello spazio del Neues Kunstforum ed insieme con esso una scenografia mutevole e dinamica, stupefacente ed inusuale; il modello suddiviso in grandi blocchi sospesi in aria interpretava secondo me il mito dell’Italia moderna e guerriera, ovvero, nelle mie intenzioni, l’eco della storia che irrompeva con le sue forme ed il suo slancio nella scena anacronistica del salone coloniese; ed infatti, per questo motivo, tutti i miei oggetti intrusi realizzati via via hanno sempre rappresentato modelli d’aerei e navi storici, oltre che i grandi animali esistenti, tutte cose che da Kiefer non si sono mai viste. Lo “scontro” ovvero la giustapposizione tra questo velivolo sospeso in frammenti ed il ponte pedonale posto al centro del salone genera la frantumazione dello spazio contenitore e vita ad una serie di sub-spazi inusuali e nuovi, in una atmosfera sospesa e meditativa che allude ai luoghi dell’inconscio e all’azzerarsi dell’elemento “tempo”. Nel salone del Neues Kunstforum io infatti non ho allogato solo il modello dell’SM79 bensì anche una quindicina di oggetti in legno, sospesi in aria come i frammenti dell’SM79 con il lavoro di cinque persone per una settimana, i quali mimano la frantumazione del ponte e delle scale del salone, accennando ad una ricostituita unità del medesimo non più ritmato dal ponte trasversale. Naturalmente data la dimensione minima della foto proposta da Bonomi di tutto ciò non è dato accorgersi: i punti di vista di questo lavoro sono infatti moltissimi e molto diversi tra di loro, è stato un mio impegno progettuale e costruttivo preciso, e anche questo Bonomi l’ha tenuto accuratamente nascosto. Il mio interesse per lo spazio e per le valenze narrative dello spazio prima che per l’oggetto da inserirvi era stato ben compreso ed espresso da Ramon Bejarano, critico colombiano allievo prediletto di Carlo Ludovico Ragghianti, il quale nell’occasione della mia grande installazione alla stazione dell’Olympia Stadion di Berlino, nel 1990, scriveva: “L’interesse principale del lavoro di Giampaolo di Cocco sta nel tentativo di apprendere le regole della retorica dello spazio, di scoprire congruenze già dal momento della scelta del luogo e le correlazioni in ciò che è apparentemente incompatibile.” Già, Ramon Bejarano aveva capito, ma lui aveva preso l’aereo, quello vero, ed era venuto a Berlino a vedere dal vivo che cosa fosse realmente la mia “Olympia/Zeppelin III”. Bonomi? Figurati, Bonomi non si è mai mosso, non si è mai scomodato in vita sua a vedere dal vero uno solo dei miei lavori, è uno che parla per sentito dire, rincorrendo l’”effettaccio” a tutti i costi, e cade in errori marchiani perché ignora gli stessi argomenti di cui tuttavia pretende di riferire. Zitto zitto ha sparato la sua boutade senza senso, alla ricerca forse di un effetto gossip per i suoi lettori, ammesso -come dicevo - che ve ne siano. Eppure era semplice accorgersi che critici d’arte di ben altro calibro che non Bonomi si erano occupati a più riprese delle mie grandi installazioni e le avevano comprese in quanto elementi di interpretazione e definizione dello spazio architettonico; parlo di Gillo Dorfles, di Pierre Restany, di Omar Calabrese, dello scrittore Giuseppe Pontiggia eccetera; ma la cosa che avrebbe dovuto far riflettere Bonomi è che non solo i critici italiani e francesi non mi hanno mai neanche lontanamente paragonato a Kiefer, dato che in effetti con me non c’entra niente, ma neanche i tedeschi con cui ho lavorato, come Wolfgang Becker, Ursula Prinz, Qpferdach, Lucie Schauer eccetera, al tempo in cui erano direttori di Istituti di assoluta preminenza, come il Forum Ludwig di Aachen, la Galleria del Senato Berlinese, la Neuer Berliner Kunstverein, occupandosi del mio lavoro hanno neanche per un istante accennato ad una qualunque somiglianza con quello di Kiefer, tedesco come loro e arcinoto in Germania, dato che questa somiglianza non c’è e non c’è mai stata. E c’è un altro fatto che illustra bene la natura del mio lavoro: terminate le mostre, la componente “nave” o “aereo” solitamente di metallo da me inserita in un determinato spazio viene demolita e va al riciclo. Non si tratta infatti di sculture riutilizzabili; una volta separate dallo spazio che le aveva generate tali componenti non hanno più senso di esistere. Si tratta insomma di qualcosa di simile a scenografie, non a sculture/oggetto. Eh si, Bonomi doveva frenare la sua supponenza ed informarsi meglio prima di pubblicare una tale sciocchezza, sia pure in un foglietto che pochi conoscono, offendendo così il mio lavoro ed il mio impegno. Bonomi s’è limitato a vedere che nel lavoro di Kiefer è presente un modello d’aereo e nel mio anche ; e questo gli è stato sufficiente per metterci in relazione, con quale finezza critica si può intuire: sarebbe come dire che Leonardo copia Fidia perché ambedue fanno cavalli. Bonomi ci porta insomma nel territorio della farsa, ambito che pare essergli ben più congeniale che non quello della critica d’arte. Ma c’è una cosa che all’inizio non capivo: perché Bonomi se la prende proprio con me, dato che artisti che rappresentano aerei all’interno del proprio lavoro ce ne sono molti? Ad esempio, Luca Pignatelli, Paola Pivi, Wolf Vostell, Panamarenko, Maurizio Mochetti eccetera eccetera, e tutti costoro sono a mio parere molto più avvicinabili a Kiefer che non me, dato che mi sembrano più rivolti a fare oggetti, sculture o quadri insomma e non relazioni storico- spaziali come faccio io. Ma qui salta fuori un’altra attitudine del Bonomi, quella di stare sempre dalla parte del più forte: infatti tutti questi artisti che ho citato sono ben più “protetti” di me da collezionisti e mercanti, quindi l’eroico Bonomi attacca me per il semplice fatto che non ho gallerie e musei che mi difendono, e così lui non rischia niente. Un paio d’anni fa l’artista torinese Paolo Grassino fece una scultura incentrata su di un aereo, un modello ridotto ripreso dal Mig 15, noto caccia a reazione russo, che s’infilava in delle piante; ebbene, nel lontano 1997 avevo realizzato nella galleria barese Imagery una squadriglia di quattro Mig 15, ovviamente modelli in scala, lunghi comunque oltre sette metri cadauno, che attraversavano la galleria mutuandosi con i suoi spazi (Mig 15/La Madre dei Sogni); eppure sono certo che Paolo non mi ha mai voluto copiare per il semplice motivo che i nostri lavori sono profondamente diversi: col suo Mig, Paolo ha prodotto una scultura, io invece ho fatto una installazione spaziale che aveva nella forma dello spazio della galleria il suo complemento e la sua motivazione. Bisogna insomma entrare nel lavoro e capire cosa l’artista vuol dire, non appigliarsi ad elementi esterni, come i soggetti presenti nell’opera dell’artista, il soggetto non fa l’arte; non basta per comprendere dare un’occhiata distratta e malevola. Se Bonomi voleva dare un’informazione corretta avrebbe dovuto documentarsi sui miei lavori precedenti: dai primi anni ’80 produco infatti lavori che hanno a soggetto incidenti di navi o aerei, prima inserendo modellini in latta su fondi dipinti (Firenze in guerra 1983; Okinawa 1984; Betsy I e II, 1985; Arizona,1987 eccetera), più tardi allogando modelli di dimensioni proporzionali in spazi architettonici particolari; anzi, il mio lavoro dal 1988 (Grandi Naufragi XII, Palazzo Datini, Prato) in poi si mosse dal cercare prima un edificio adatto, fabbriche dismesse, bunker della guerra, grandi atrii, studiare la forma e il senso dei loro spazi per poi collocarci un “oggetto” interprete anche formale di questi luoghi e in dialogo proporzionale con le loro dimensioni. Vi chiedo e mi chiedo: che c’entra Kiefer con questo procedimento? Che c’entra lui con l’interpretazione dello spazio architettonico? Io ammiro Kiefer per la sua opera, fondamentalmente di pittore, ma vedo anche la radicale differenza tra il suo lavoro ed il mio. Fu durante una conversazione con Sergio Risaliti, quando il critico pratese, il quale mi aveva invitato alla mostra di Palazzo Datini nel fatidico 1988, mi fece osservare che non potevo metter quadri nell’affrescato Palazzo Datini che mi venne l’idea collocarci un grande “oggetto” in stretta relazione con le forme del Palazzo: alla tela dipinta che fino ad allora avevo utilizzato come sfondo dei miei modelli sostituivo per la prima volta l’architettura. Si trattò di una installazione plurisignificante: il “lasciarsi andare” psichico indicato dal “relitto”, un sommergibile di latta lungo nove metri; il rapporto geometrico tra il “relitto” e la forma e dimensioni del cortile del Palazzo; l’incontro- scontro tra lo statico (il Palazzo) e il mobile (il sommergibile) eccetera. Seguì nell’89 il Betsy III alla ex Breda di Pistoia, poi Olympia/Zeppelin III nel ’90 alla stazione di Berlino. E poi tanti altri in tanti altri spazi suggestivi. Le date insomma parlano chiaro e sono verificabili e l’affermazione di Bonomi che vorrebbe porre Kiefer quale originale rispetto ai miei lavori è una bufala con cui prende in giro chi lo legge, tanto che, parafrasandolo, mi sento autorizzato ad esclamare: Aiuto! Kiefer mi copia……

opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea

Giampaolo Di Cocco

Nato a Firenze nel 1947, è artista, architetto e scrittore. Nei suoi lavori esplora l'interazione tra arte e architettura. Ha realizzato installazioni permanenti in varie città europee, tra cui Marsiglia, Gibellina, Duisburg, Colonia, Skagen (DK), Follonica, Berlino, Seggiano, Firenze.
Giampaolo Di Cocco, "Leviathan II", 2015 Anselm Kiefer, "The angel of  history", 1989
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AIUTO,

KIEFER MI

COPIA!

Gustoso aneddoto non privo

di una certa morale sulle

abitudini professionali di

taluni critici à la page

di Giampaolo Di Cocco Era ancora estate e m’arriva una mail di Giorgio Di Genova che mi segnala il fatto che Giorgio Bonomi nella sua rivista “Titolo” n.10, estate/autunno 2015 mi accusa di “doppio” nei confronti dell’artista tedesco Anselm Kiefer. Dato che conosco Bonomi lo chiamo e lui mi dice che “non guarda in faccia nessuno”. Sono stupefatto tanto dall’assurdità del paragone tra me e Kiefer quanto dalla risposta goffa e fuori luogo. Ma insomma decido di documentarmi, mi metto alla ricerca di questa rivista. Telefono e guardo in rete, però non si riesce a capire dove procurarsela. Da Rubbettino, editore della rivista, mi dicono che ci dovrebbe essere un’edicola a stazione Termini che forse ce l’ha, alla fine si resta d’accordo che me la mandano loro. Avuta la rivista vedo che in effetti c’è una rubrichetta di una sola pagina curata dal nostro Bonomi che s’intitola “L’originale e il suo doppio” e che contiene due colonne affrontate di foto delle dimensioni di circa centimetri 6x4 ciascuna, schierate rispettivamente sotto il titolo “L’originale” a sinistra e “Il doppio” a destra. Nella colonna di sinistra, la foto che riguarda Kiefer rappresenta uno dei suoi aerei/scultura in piombo scuro raggrinzito messo a terra all’Hamburger Bahnhof di Berlino; l’oggetto a giudicare dalle prese di corrente che si vedono a parete accanto a lui non deve essere più grande di un 3x2,50 metri, la data del lavoro è il 1989. Quella che riguarda me rappresenta una mia grande installazione che ha come protagonista il grande spazio del Neues Kunstforum di Colonia dove nel 2015 ho inscenato una complessa scenografia. L’altro “attore” di questa scenografia (Leviathan II) è in effetti la riproduzione di un modello dell’aereo italiano Savoia Marchetti SM79, reso in forme opulente in alluminio satinato; quest’ultimo oggetto misura 14x16x2,50 metri. Bonomi ha omesso in modo scorretto nei confronti degli eventuali lettori, di riportare i materiali, la tecnica e le dimensioni dei due lavori che pretende tuttavia di mettere a confronto, mentre questi dati potevano già dare l’idea che si tratti com’è in realtà, di due lavori radicalmente diversi. Se Bonomi voleva sapere davvero che tipo di lavoro fosse il mio bastava mi chiedesse via mail o telefono, visto che mi conosce, la documentazione adatta a capirlo; invece s’è guardato bene dal farlo, ha preferito fornire una notizia falsa ai suoi lettori, sempre che ve ne siano, pur d’avere del materiale per tenere in piedi la sua stenta rubrichetta, simile questa alla lista dei buoni e dei cattivi delle scuole elementari che Bonomi deve aver ripetuto più volte tanto da conservarne un’impressione così durevole. E c’è ancora un elemento che Bonomi pare derivare dalle scuole elementari, quello della copia: “Maestra Pierino mi copia!”; la copia, bestia nera degli antiquari e delle scuole elementari si ripresenta nella rubrichetta di Bonomi in termini nuovi, quelli del “doppio”. Qui le cose si potrebbero complicare e farsi difficili perché il “doppio” cosa significa poi? Il mio lavoro secondo Bonomi sarebbe l’alter ego di quello di Kiefer? Oppure ne rappresenta l’anima astrale? Ma questi temo siano argomenti e territori troppo complessi per Bonomi, il quale non spiega il senso dei suoi paragoni né dei termini che usa, tanto da farmi credere, anche per via della rustica risposta telefonica, che per lui “doppio” significa semplicemente “copia”. Tralascio di soffermarmi sull’assurdità di tale affermazione, secondo la quale io avrei copiato Kiefer ventisei anni dopo, mi interessa di più il confronto tra i due lavori, confronto cui Bonomi d’altronde mi tira per i capelli. Lo spazio in cui ho allogato Leviathan II misura in pianta 40x10 metri, con una altezza di 15. E’ uno spazio unico, non suddiviso in altri spazi, che fin dall’inizio si presentò per me come una sfida: come renderlo curioso, vivo, significante? Le misure dell’SM79 interprete della scenografia Leviathan II sopra riportate furono da me calcolate in ragione di un rapporto proporzionale con lo spazio dato; l’oggetto intruso doveva infatti mettere in moto nello spazio del Neues Kunstforum ed insieme con esso una scenografia mutevole e dinamica, stupefacente ed inusuale; il modello suddiviso in grandi blocchi sospesi in aria interpretava secondo me il mito dell’Italia moderna e guerriera, ovvero, nelle mie intenzioni, l’eco della storia che irrompeva con le sue forme ed il suo slancio nella scena anacronistica del salone coloniese; ed infatti, per questo motivo, tutti i miei oggetti intrusi realizzati via via hanno sempre rappresentato modelli d’aerei e navi storici, oltre che i grandi animali esistenti, tutte cose che da Kiefer non si sono mai viste. Lo “scontro” ovvero la giustapposizione tra questo velivolo sospeso in frammenti ed il ponte pedonale posto al centro del salone genera la frantumazione dello spazio contenitore e dà vita ad una serie di sub-spazi inusuali e nuovi, in una atmosfera sospesa e meditativa che allude ai luoghi dell’inconscio e all’azzerarsi dell’elemento “tempo”. Nel salone del Neues Kunstforum io infatti non ho allogato solo il modello dell’SM79 bensì anche una quindicina di oggetti in legno, sospesi in aria come i frammenti dell’SM79 con il lavoro di cinque persone per una settimana, i quali mimano la frantumazione del ponte e delle scale del salone, accennando ad una ricostituita unità del medesimo non più ritmato dal ponte trasversale. Naturalmente data la dimensione minima della foto proposta da Bonomi di tutto ciò non è dato accorgersi: i punti di vista di questo lavoro sono infatti moltissimi e molto diversi tra di loro, è stato un mio impegno progettuale e costruttivo preciso, e anche questo Bonomi l’ha tenuto accuratamente nascosto. Il mio interesse per lo spazio e per le valenze narrative dello spazio prima che per l’oggetto da inserirvi era stato ben compreso ed espresso da Ramon Bejarano, critico colombiano allievo prediletto di Carlo Ludovico Ragghianti, il quale nell’occasione della mia grande installazione alla stazione dell’Olympia Stadion di Berlino, nel 1990, scriveva: “L’interesse principale del lavoro di Giampaolo di Cocco sta nel tentativo di apprendere le regole della retorica dello spazio, di scoprire congruenze già dal momento della scelta del luogo e le correlazioni in ciò che è apparentemente incompatibile.” Già, Ramon Bejarano aveva capito, ma lui aveva preso l’aereo, quello vero, ed era venuto a Berlino a vedere dal vivo che cosa fosse realmente la mia “Olympia/Zeppelin III”. Bonomi? Figurati, Bonomi non si è mai mosso, non si è mai scomodato in vita sua a vedere dal vero uno solo dei miei lavori, è uno che parla per sentito dire, rincorrendo l’”effettaccio” a tutti i costi, e cade in errori marchiani perché ignora gli stessi argomenti di cui tuttavia pretende di riferire. Zitto zitto ha sparato la sua boutade senza senso, alla ricerca forse di un effetto gossip per i suoi lettori, ammesso -come dicevo - che ve ne siano. Eppure era semplice accorgersi che critici d’arte di ben altro calibro che non Bonomi si erano occupati a più riprese delle mie grandi installazioni e le avevano comprese in quanto elementi di interpretazione e definizione dello spazio architettonico; parlo di Gillo Dorfles, di Pierre Restany, di Omar Calabrese, dello scrittore Giuseppe Pontiggia eccetera; ma la cosa che avrebbe dovuto far riflettere Bonomi è che non solo i critici italiani e francesi non mi hanno mai neanche lontanamente paragonato a Kiefer, dato che in effetti con me non c’entra niente, ma neanche i tedeschi con cui ho lavorato, come Wolfgang Becker, Ursula Prinz, Qpferdach, Lucie Schauer eccetera, al tempo in cui erano direttori di Istituti di assoluta preminenza, come il Forum Ludwig di Aachen, la Galleria del Senato Berlinese, la Neuer Berliner Kunstverein, occupandosi del mio lavoro hanno neanche per un istante accennato ad una qualunque somiglianza con quello di Kiefer, tedesco come loro e arcinoto in Germania, dato che questa somiglianza non c’è e non c’è mai stata. E c’è un altro fatto che illustra bene la natura del mio lavoro: terminate le mostre, la componente “nave” o “aereo” solitamente di metallo da me inserita in un determinato spazio viene demolita e va al riciclo. Non si tratta infatti di sculture riutilizzabili; una volta separate dallo spazio che le aveva generate tali componenti non hanno più senso di esistere. Si tratta insomma di qualcosa di simile a scenografie, non a sculture/oggetto. Eh si, Bonomi doveva frenare la sua supponenza ed informarsi meglio prima di pubblicare una tale sciocchezza, sia pure in un foglietto che pochi conoscono, offendendo così il mio lavoro ed il mio impegno. Bonomi s’è limitato a vedere che nel lavoro di Kiefer è presente un modello d’aereo e nel mio anche ; e questo gli è stato sufficiente per metterci in relazione, con quale finezza critica si può intuire: sarebbe come dire che Leonardo copia Fidia perché ambedue fanno cavalli. Bonomi ci porta insomma nel territorio della farsa, ambito che pare essergli ben più congeniale che non quello della critica d’arte. Ma c’è una cosa che all’inizio non capivo: perché Bonomi se la prende proprio con me, dato che artisti che rappresentano aerei all’interno del proprio lavoro ce ne sono molti? Ad esempio, Luca Pignatelli, Paola Pivi, Wolf Vostell, Panamarenko, Maurizio Mochetti eccetera eccetera, e tutti costoro sono a mio parere molto più avvicinabili a Kiefer che non me, dato che mi sembrano più rivolti a fare oggetti, sculture o quadri insomma e non relazioni storico- spaziali come faccio io. Ma qui salta fuori un’altra attitudine del Bonomi, quella di stare sempre dalla parte del più forte: infatti tutti questi artisti che ho citato sono ben più “protetti” di me da collezionisti e mercanti, quindi l’eroico Bonomi attacca me per il semplice fatto che non ho gallerie e musei che mi difendono, e così lui non rischia niente. Un paio d’anni fa l’artista torinese Paolo Grassino fece una scultura incentrata su di un aereo, un modello ridotto ripreso dal Mig 15, noto caccia a reazione russo, che s’infilava in delle piante; ebbene, nel lontano 1997 avevo realizzato nella galleria barese Imagery una squadriglia di quattro Mig 15, ovviamente modelli in scala, lunghi comunque oltre sette metri cadauno, che attraversavano la galleria mutuandosi con i suoi spazi (Mig 15/La Madre dei Sogni); eppure sono certo che Paolo non mi ha mai voluto copiare per il semplice motivo che i nostri lavori sono profondamente diversi: col suo Mig, Paolo ha prodotto una scultura, io invece ho fatto una installazione spaziale che aveva nella forma dello spazio della galleria il suo complemento e la sua motivazione. Bisogna insomma entrare nel lavoro e capire cosa l’artista vuol dire, non appigliarsi ad elementi esterni, come i soggetti presenti nell’opera dell’artista, il soggetto non fa l’arte; non basta per comprendere dare un’occhiata distratta e malevola. Se Bonomi voleva dare un’informazione corretta avrebbe dovuto documentarsi sui miei lavori precedenti: dai primi anni ’80 produco infatti lavori che hanno a soggetto incidenti di navi o aerei, prima inserendo modellini in latta su fondi dipinti (Firenze in guerra 1983; Okinawa 1984; Betsy I e II, 1985; Arizona,1987 eccetera), più tardi allogando modelli di dimensioni proporzionali in spazi architettonici particolari; anzi, il mio lavoro dal 1988 (Grandi Naufragi XII, Palazzo Datini, Prato) in poi si mosse dal cercare prima un edificio adatto, fabbriche dismesse, bunker della guerra, grandi atrii, studiare la forma e il senso dei loro spazi per poi collocarci un “oggetto” interprete anche formale di questi luoghi e in dialogo proporzionale con le loro dimensioni. Vi chiedo e mi chiedo: che c’entra Kiefer con questo procedimento? Che c’entra lui con l’interpretazione dello spazio architettonico? Io ammiro Kiefer per la sua opera, fondamentalmente di pittore, ma vedo anche la radicale differenza tra il suo lavoro ed il mio. Fu durante una conversazione con Sergio Risaliti, quando il critico pratese, il quale mi aveva invitato alla mostra di Palazzo Datini nel fatidico 1988, mi fece osservare che non potevo metter quadri nell’affrescato Palazzo Datini che mi venne l’idea collocarci un grande “oggetto” in stretta relazione con le forme del Palazzo: alla tela dipinta che fino ad allora avevo utilizzato come sfondo dei miei modelli sostituivo per la prima volta l’architettura. Si trattò di una installazione plurisignificante: il “lasciarsi andare” psichico indicato dal “relitto”, un sommergibile di latta lungo nove metri; il rapporto geometrico tra il “relitto” e la forma e dimensioni del cortile del Palazzo; l’incontro- scontro tra lo statico (il Palazzo) e il mobile (il sommergibile) eccetera. Seguì nell’89 il Betsy III alla ex Breda di Pistoia, poi Olympia/Zeppelin III nel ’90 alla stazione di Berlino. E poi tanti altri in tanti altri spazi suggestivi. Le date insomma parlano chiaro e sono verificabili e l’affermazione di Bonomi che vorrebbe porre Kiefer quale originale rispetto ai miei lavori è una bufala con cui prende in giro chi lo legge, tanto che, parafrasandolo, mi sento autorizzato ad esclamare: Aiuto! Kiefer mi copia……

opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea

Giampaolo Di Cocco

Nato a Firenze nel 1947, è artista, architetto e scrittore. Nei suoi lavori esplora l'interazione tra arte e architettura. Ha realizzato installazioni permanenti in varie città europee, tra cui Marsiglia, Gibellina, Duisburg, Colonia, Skagen (DK), Follonica, Berlino, Seggiano, Firenze.
Anselm Kiefer, "The angel of  history", 1989 Giampaolo Di Cocco, "Leviathan II", 2015