© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 Codice ISSN 2239-0235
Una mostra antologica alla Sala delle Arti di Collegno (TO) - dal 14 giugno al 15 luglio 2019

LA SUA PITTURA ANCORA

CON NOI

La scomparsa di Marco Seveso, testimone

appassionato di una pittura ad alta tensione

poetica

di Giorgio Seveso Certo non è facile scrivere per ricordare la figura e l’opera di tuo fratello a qualche tempo dalla sua scomparsa, ancora scosso dallo strazio di averlo visto andarsene in un paio di mesi, travolto da una malattia bastarda e incurabile. Provo quasi un senso d'imbarazzo, di pudore violato, come se fosse inopportuno esibire il proprio dolore. Ma subito l'imbarazzo svanisce. Devo e voglio ricordare agli amici - a quelli che l’hanno conosciuto e agli altri - che Marco è stato un pittore di assorta, intensissima serietà, preparazione, professionismo e sensibilità; un pittore che seguiva profondamente, scrupolosamente il segno delle proprie ragioni e delle proprie curiosità e non le sirene delle mode culturali o le grammatiche obbligate del successo ad ogni costo. In questo, certo, simile a quei tanti, validi artisti italiani che oggi vivono il loro impegno e il loro talento in un certo modo sul margine dell’attualità, apprezzati e conosciuti nel proprio ambiente ma quasi anonimi per il resto, tenuti in sospeso dai meccanismi di un sistema dell’arte oggi per tanti versi impazzito, virtuale e artificiale, privo di ogni attendibile criterio di valore reale. Che operazione compie un critico quando scrive, anche solo brevemente, di un autore contemporaneo? É una testimonianza che è (o dovrebbe essere) soprattutto l'attestazione di un rapporto compiuto, di un circuito che si è chiuso tra lo scrittore e l'artista, e il cui “campo” si manifesta nel far diversamente crepitare, per un attimo, le immagini di quell’artista, di modo che gli spettatori-lettori vengano in qualche maniera introdotti non solo al rapporto con quelle ma pure ne avvertano una particolare sostanza, un aspetto di verità individuale che le ha modellate. Ecco. Dunque non solo come critico ma soprattutto come fratello posso dire dell’intimo nucleo umano che costituisce la sorgente delle immagini di Marco, la matrice di pieghe profonde di quel suo fantasticare inquieto, tenero ed aspro al tempo stesso. Lo posso fare, come si dice, per cognizione di causa, per lunga storia comune di esperienze e inseminazioni reciproche, per mutuo conoscimento accumulato in anni di infanzia curiosa e di fervida adolescenza, trascorsi sempre insieme, quasi gemelli, in stretto sodalizio e vorace curiosità del mondo. E questa sua pittura, queste sue immagini vengono proprio da lì, da quelle regioni interiori dell'animo percorse da una lenta decantazione di speranza e di angoscia e in cui, per usare una frase magari un po' consumata, l'ottimismo della volontà s'impara ma talvolta anche soccombe al pessimismo della ragione. La sua poetica non è solo, come si usa dire, un “ritorno al privato”, la traccia costante di una sorta di diario intimo di registrazioni emotive: è piuttosto un’intensa, trepidante metaforizzazione, un'intima consapevolezza delle contraddizioni inaudite tra le quali ci muoviamo; il sentimento forte, insormontabile, della preziosa fragilità di quel grumo di calore e di chiarezza che abbiamo dentro, da difendere e da nutrire. Torna in mente un antico verso di Rimbaud: "La réalité étant trop épineuse pour mon grand caractère ... tout se fit ombre et aquarium ardent". La musica, i giochi, i dolci volti di persone care si distendono pacatamente nelle sue composizioni, immersi in una luce acida d'ombre e di colori contrastanti, in una atmosfera liquida e come urticante che ne contraddice la quiete felpata. Percorso da una sorta di trattenuto espressionismo, il segno è sempre sodo e pieno, gonfio di linfe allusive e sotterranee, di sensualità o d’ironia che vibrano in una singola, significativa emulsione d’asprezza e di languore. È proprio qui, in questa controllata e meditata scansione espressiva dalle incalzanti deformazioni e accentuazioni morfologiche, che ha vissuto e ancora vive il semplice ma suggestivo segreto di questa sua pittura, la sua immediata persuasività poetica. Perché la sua storia, le sue ragioni, sono proprio quelle di un'opera che guarda intorno e dentro di con tagli acuti e sensibili, che sinceramente e senza letteratura, senza infingimenti, testimonia sul filo pungente del traslato poetico le circostanze dolenti ma anche affilate e di speranza di un clima esistenziale complessivo. Come un canto popolare dalle radici coltissime, insieme sanguigno e raffinato, le opere di Marco ci parlano, dunque, dell’inesaurita vitalità dell'immagine nel suo rapporto con gli affetti, le emozioni, le inquietudini dell'uomo. Lo fanno con limpida sincerità, con disarmante partecipazione, ricche come io so che sono d'esperienza intensamente vissuta, generosamente spesa a comprendere e interpretare gli snodi, le luci e le ombre dell' animo umano e del mondo non facile nel quale viviamo. Quando eravamo bambini curiosamente era proprio lui lo scrittore di famiglia mentre io, invece, mi arrangiavo a disegnare. Scriveva versi gentili e malinconici, straordinari mi sembra ora per una sensibilità infantile. Ed è certamente anche quella precoce sensibilità che nella pittura lo ha reso poeta così acuto e robusto, così umanamente convincente. È tipica soprattutto del suo lavoro di questi ultimi decenni la frantumazione sistematica dell’unitarietà dell’immagine, la sua ricomposizione verso un ordine altro, lontano dalla “banalità” della logica fenomenica: insomma, una tensione alla ricomposizione lirica dell’esistenza frammentata dalle sue stesse contraddizioni . Come per le cadenze moltiplicate di un puzzle di inaudita sensibilità, o come per l’esplosione interna delle leggi che tengono assieme la realtà nella sua dialettica e nelle sue prevedibilità, Marco ha scombinato, smontato e scompigliato la consistenza più intima del vero per farne materiale liricamente fluido, appassionato, dolce e irritato a un tempo. Le sue figure vanno lette allora come racconti plurimi e sorprendenti, conglomerati affascinanti di stimoli, di inneschi, di sollecitazioni a riconsiderare le cose e il loro senso in tutta la loro più inarrivabile complessità di sostanza. Il gran teatro della vita, nel bel gesto lirico di un poeta d’immagini dolce e insieme spietato.

Marco Seveso

E’ nato a Sanremo nel 1945. Ha frequentato il Liceo Artistico di Torino, dove ha sempre vissuto e operato. E’ mancato il 22 aprile 2018
Marco Seveso Marco Seveso, "La guardiana" olio su tela - 130x160 - 2004 Marco Seveso, "Annunciazione meccanica", olio su tela, 2005 Marco Seveso, "Violenza 1", tempere e inchiostri su carta, 2003
© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 - Codice ISSN 2239-0235
Una mostra antologica alla Sala delle Arti di Collegno (TO) - dal 14 giugno al 15 luglio 2019

LA SUA

PITTURA ANCORA

CON NOI

La scomparsa di Marco

Seveso, testimone

appassionato di una pittura

ad alta tensione poetica

di Giorgio Seveso Certo non è facile scrivere per ricordare la figura e l’opera di tuo fratello a qualche tempo dalla sua scomparsa, ancora scosso dallo strazio di averlo visto andarsene in un paio di mesi, travolto da una malattia bastarda e incurabile. Provo quasi un senso d'imbarazzo, di pudore violato, come se fosse inopportuno esibire il proprio dolore. Ma subito l'imbarazzo svanisce. Devo e voglio ricordare agli amici - a quelli che l’hanno conosciuto e agli altri - che Marco è stato un pittore di assorta, intensissima serietà, preparazione, professionismo e sensibilità; un pittore che seguiva profondamente, scrupolosamente il segno delle proprie ragioni e delle proprie curiosità e non le sirene delle mode culturali o le grammatiche obbligate del successo ad ogni costo. In questo, certo, simile a quei tanti, validi artisti italiani che oggi vivono il loro impegno e il loro talento in un certo modo sul margine dell’attualità, apprezzati e conosciuti nel proprio ambiente ma quasi anonimi per il resto, tenuti in sospeso dai meccanismi di un sistema dell’arte oggi per tanti versi impazzito, virtuale e artificiale, privo di ogni attendibile criterio di valore reale. Che operazione compie un critico quando scrive, anche solo brevemente, di un autore contemporaneo? É una testimonianza che è (o dovrebbe essere) soprattutto l'attestazione di un rapporto compiuto, di un circuito che si è chiuso tra lo scrittore e l'artista, e il cui “campo” si manifesta nel far diversamente crepitare, per un attimo, le immagini di quell’artista, di modo che gli spettatori- lettori vengano in qualche maniera introdotti non solo al rapporto con quelle ma pure ne avvertano una particolare sostanza, un aspetto di verità individuale che le ha modellate. Ecco. Dunque non solo come critico ma soprattutto come fratello posso dire dell’intimo nucleo umano che costituisce la sorgente delle immagini di Marco, la matrice di pieghe profonde di quel suo fantasticare inquieto, tenero ed aspro al tempo stesso. Lo posso fare, come si dice, per cognizione di causa, per lunga storia comune di esperienze e inseminazioni reciproche, per mutuo conoscimento accumulato in anni di infanzia curiosa e di fervida adolescenza, trascorsi sempre insieme, quasi gemelli, in stretto sodalizio e vorace curiosità del mondo. E questa sua pittura, queste sue immagini vengono proprio da lì, da quelle regioni interiori dell'animo percorse da una lenta decantazione di speranza e di angoscia e in cui, per usare una frase magari un po' consumata, l'ottimismo della volontà s'impara ma talvolta anche soccombe al pessimismo della ragione. La sua poetica non è solo, come si usa dire, un “ritorno al privato”, la traccia costante di una sorta di diario intimo di registrazioni emotive: è piuttosto un’intensa, trepidante metaforizzazione, un'intima consapevolezza delle contraddizioni inaudite tra le quali ci muoviamo; il sentimento forte, insormontabile, della preziosa fragilità di quel grumo di calore e di chiarezza che abbiamo dentro, da difendere e da nutrire. Torna in mente un antico verso di Rimbaud: "La réalité étant trop épineuse pour mon grand caractère ... tout se fit ombre et aquarium ardent". La musica, i giochi, i dolci volti di persone care si distendono pacatamente nelle sue composizioni, immersi in una luce acida d'ombre e di colori contrastanti, in una atmosfera liquida e come urticante che ne contraddice la quiete felpata. Percorso da una sorta di trattenuto espressionismo, il segno è sempre sodo e pieno, gonfio di linfe allusive e sotterranee, di sensualità o d’ironia che vibrano in una singola, significativa emulsione d’asprezza e di languore. È proprio qui, in questa controllata e meditata scansione espressiva dalle incalzanti deformazioni e accentuazioni morfologiche, che ha vissuto e ancora vive il semplice ma suggestivo segreto di questa sua pittura, la sua immediata persuasività poetica. Perché la sua storia, le sue ragioni, sono proprio quelle di un'opera che guarda intorno e dentro di con tagli acuti e sensibili, che sinceramente e senza letteratura, senza infingimenti, testimonia sul filo pungente del traslato poetico le circostanze dolenti ma anche affilate e di speranza di un clima esistenziale complessivo. Come un canto popolare dalle radici coltissime, insieme sanguigno e raffinato, le opere di Marco ci parlano, dunque, dell’inesaurita vitalità dell'immagine nel suo rapporto con gli affetti, le emozioni, le inquietudini dell'uomo. Lo fanno con limpida sincerità, con disarmante partecipazione, ricche come io so che sono d'esperienza intensamente vissuta, generosamente spesa a comprendere e interpretare gli snodi, le luci e le ombre dell' animo umano e del mondo non facile nel quale viviamo. Quando eravamo bambini curiosamente era proprio lui lo scrittore di famiglia mentre io, invece, mi arrangiavo a disegnare. Scriveva versi gentili e malinconici, straordinari mi sembra ora per una sensibilità infantile. Ed è certamente anche quella precoce sensibilità che nella pittura lo ha reso poeta così acuto e robusto, così umanamente convincente. È tipica soprattutto del suo lavoro di questi ultimi decenni la frantumazione sistematica dell’unitarietà dell’immagine, la sua ricomposizione verso un ordine altro, lontano dalla “banalità” della logica fenomenica: insomma, una tensione alla ricomposizione lirica dell’esistenza frammentata dalle sue stesse contraddizioni . Come per le cadenze moltiplicate di un puzzle di inaudita sensibilità, o come per l’esplosione interna delle leggi che tengono assieme la realtà nella sua dialettica e nelle sue prevedibilità, Marco ha scombinato, smontato e scompigliato la consistenza più intima del vero per farne materiale liricamente fluido, appassionato, dolce e irritato a un tempo. Le sue figure vanno lette allora come racconti plurimi e sorprendenti, conglomerati affascinanti di stimoli, di inneschi, di sollecitazioni a riconsiderare le cose e il loro senso in tutta la loro più inarrivabile complessità di sostanza. Il gran teatro della vita, nel bel gesto lirico di un poeta d’immagini dolce e insieme spietato.

opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea

Marco Seveso

E’ nato a Sanremo nel 1945. Ha frequentato il Liceo Artistico di Torino, dove ha sempre vissuto e operato. E’ mancato il 22 aprile 2018
Marco Seveso Marco Seveso, "La guardiana" olio su tela - 130x160 - 2004 Marco Seveso, "Annunciazione meccanica", olio su tela, 2005 Marco Seveso, "Violenza 1", tempere e inchiostri su carta, 2003

opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea