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| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

8 Sauro Largiuni  Scrittore, è nato a S. Giovanni Valdarno nel 1953.

Aprile 2022

ARSENALE

di Sauro Largiuni Rispondo all'invito inviando un testo di carattere linguistico-letterario utile, mi auguro, a rammentare che la lingua è la sola autentica patria di ciascun uomo, così come la letteratura che ne è il miglior prodotto è - al pari di quello di ogni altra arte - l'unico linguaggio veramente universale rivolto a tutti gli uomini che la sanno leggere e che la ritengono necessaria per vivere. Sebbene i tragici avvenimenti bellici di questi ultimi tempi l’abbiano resa più attuale, e perfino esclusiva, l’accezione militare di arsenale non è ovviamente l’unica. Se poi a ciò premettiamo anche al lemma in oggetto la parola latina di origine indoeuropea ars questo significa che non si può rinunciare a delinearne l’itinerario linguistico-letterario senza riferirsi all’ arte della forza poetica con la quale Dante Alighieri fa dell’ arsenale veneziano arzanà de’ Viniziani ») il perno della bolgia dei barattieri nella Divina Commedia ( Inferno , Canto XXI, vv 1-21). In effetti l’ Arsenale di Venezia già ai primi del Trecento quando presumibilmente fu visto da Dante era un complesso di costruzioni e di attività delle dimensioni e dello sviluppo di una grande fabbrica moderna. Non per nulla sia arsenale sia darsena derivano dal termine arabo dar as-san ’, ovvero luogo di costruzione in particolare di naviglio. Del resto restando nell’ambito delle “repubbliche marinare” anche gli arsenali pisani base dei cinquecenteschi medicei oggi ospitanti il “Museo delle navi antiche” erano stati costruiti nell’area detta, da altro adattamento della suddetta parola araba, Terzanaia poi conosciuta come Cittadella o Fortezza. Coppiola di nomi evocanti entrambi luoghi di difesa ma anche di reclusione come le carceri genovesi che accolsero e permisero al pisano Rustichello di trascrivere, spesso aggiungendovi del suo nel francese antico de La descrizione del mondo , e al veneziano Marco Polo di dettargli i resoconti dei suoi viaggi noti come Il Milione . Memorie letterarie che rinviano secoli dopo a quelle di Giacomo Casanova in un brano delle quali egli ricorda fra i momenti più belli della sua vita quelli passati nella Biblioteca Augusta di Wolfenbüttel in Germania non pensavo al passato al futuro, e il mio spirito, assorbito dal lavoro, non prendeva in alcun conto l’esistenza del presente. ») impiantata nella medesima area del seicentesco arsenale militare. E proprio tornando a quello veneziano è stato credibilmente calcolato che nel lungo periodo di sua massima espansione vi fossero occupati oltre cinquemila lavoratori, i cosiddetti arsenalotti che costituivano anche la guardia personale del Doge armata di brandistocchi e di una specie di bastone dipinto di rosso. Forse prodotto dallo stesso arsenico usato in tintoria per la fabbricazione dei rossi di anilina, certo del medesimo veleno assunto in dosi minime ma abitudinarie ( arseniofagia ) dai montanari austriaci sicuramente presenti nelle file dell’imperial-regio esercito absburgico che nei primi otto mesi del 1798 distrussero completamente l’ Arsenale di Venezia riducendo perfino il Bucintoro a scheletrica prigione di forzati. In ciò richiamando a Trecento inoltrato e a chiusura del cerchio perenne d’ogni guerra anche quando è imperdonabilmente detta “operazione militare speciale” i reclusi rilasciati dal carcere per fungere da rematori delle galere della Serenissima. Una pena, insomma, scontata con un’altra che rinvia nuovamente a quella dei barattieri infernali ispirata a Dante dall’ arzanà de’ Viniziani . Una potente e serrata similitudine che fa leva tutta sul motivo centrale della pece di cui il poeta prende in considerazione tanto il colore vidila mirabilmente oscura. ») quanto l’infiammabilità bollia giuso una pegola spessa »), ma sopra tutto la vischiosità che la rende essenziale, per essere spessa e tenace, alla sicurezza delle flotte marine a rimpalmare i legni lor non sani, […] che ‘nviscava la ripa d’ogni parte. »). Un materiale, la pece nera, ricavato dalla distillazione della resina di alberi ad alto fusto la quale era poi bollita nella preparazione della vera e propria mescola catramosa ad uso navale a cui era aggiunta una modesta quantità di grasso di bue. Unico supplemento quest’ultimo che differenziava la produzione della pece dalla lavorazione di quella sostanza molle e appiccicosa ottenuta dalla cottura delle bacche e delle foglie, anche quelle « nate per cadere » del vischio pascoliano, che spalmata su fuscelli detti panie era usata un tempo nell’uccellagione a cui sfugge però il carducciano stormo di arzagole levandosi in volo e agitando in aria le ali come l’ artimone la sua vela. Un movimento continuo e duraturo che se da un lato ne richiama la struttura e le attività navali dall’altro rammenta che un tempo, almeno in ambito locale, l’appellativo di arsenale era dato proprio a quel ragazzino che mostrava un’inquieta e perfino eccessiva vivacità. Quasi al pari dell’incontenibile e capricciosa vitalità del coetaneo arzigogolo , magari finanche fiducioso di mantenerla anche negli anni di un’ arzilla vecchiaia in grado di sopportare la desolante arsura della bolgia planetaria in cui è immerso, attore pagante e spettatore gratuito di un presente infernale, ogni cronico uomo odierno artefice della propria sorte come del destino altrui. (da: «VERBAIO. Divagazioni linguistico-letterarie»)

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

8

Aprile 2022

ARSENALE

di Sauro Largiuni Rispondo all'invito inviando un testo di carattere linguistico-letterario utile, mi auguro, a rammentare che la lingua è la sola autentica patria di ciascun uomo, così come la letteratura che ne è il miglior prodotto è - al pari di quello di ogni altra arte - l'unico linguaggio veramente universale rivolto a tutti gli uomini che la sanno leggere e e appartenente a chi la ritiene necessaria a vivere. Sebbene i tragici avvenimenti bellici di questi ultimi tempi l’abbiano resa più attuale, e perfino esclusiva, l’accezione militare di arsenale non è ovviamente l’unica. Se poi a ciò premettiamo anche al lemma in oggetto la parola latina di origine indoeuropea ars questo significa che non si può rinunciare a delinearne l’itinerario linguistico-letterario senza riferirsi all’ arte della forza poetica con la quale Dante Alighieri fa dell’ arsenale veneziano arzanà de’ Viniziani ») il perno della bolgia dei barattieri nella Divina Commedia ( Inferno , Canto XXI, vv 1-21). In effetti l’ Arsenale di Venezia già ai primi del Trecento quando presumibilmente fu visto da Dante era un complesso di costruzioni e di attività delle dimensioni e dello sviluppo di una grande fabbrica moderna. Non per nulla sia arsenale sia darsena derivano dal termine arabo dar as-san ’, ovvero luogo di costruzione in particolare di naviglio. Del resto restando nell’ambito delle “repubbliche marinare” anche gli arsenali pisani base dei cinquecenteschi medicei oggi ospitanti il “Museo delle navi antiche” erano stati costruiti nell’area detta, da altro adattamento della suddetta parola araba, Terzanaia poi conosciuta come Cittadella o Fortezza. Coppiola di nomi evocanti entrambi luoghi di difesa ma anche di reclusione come le carceri genovesi che accolsero e permisero al pisano Rustichello di trascrivere, spesso aggiungendovi del suo nel francese antico de La descrizione del mondo , e al veneziano Marco Polo di dettargli i resoconti dei suoi viaggi noti come Il Milione . Memorie letterarie che rinviano secoli dopo a quelle di Giacomo Casanova in un brano delle quali egli ricorda fra i momenti più belli della sua vita quelli passati nella Biblioteca Augusta di Wolfenbüttel in Germania non pensavo al passato al futuro, e il mio spirito, assorbito dal lavoro, non prendeva in alcun conto l’esistenza del presente. ») impiantata nella medesima area del seicentesco arsenale militare. E proprio tornando a quello veneziano è stato credibilmente calcolato che nel lungo periodo di sua massima espansione vi fossero occupati oltre cinquemila lavoratori, i cosiddetti arsenalotti che costituivano anche la guardia personale del Doge armata di brandistocchi e di una specie di bastone dipinto di rosso. Forse prodotto dallo stesso arsenico usato in tintoria per la fabbricazione dei rossi di anilina, certo del medesimo veleno assunto in dosi minime ma abitudinarie ( arseniofagia ) dai montanari austriaci sicuramente presenti nelle file dell’imperial-regio esercito absburgico che nei primi otto mesi del 1798 distrussero completamente l’ Arsenale di Venezia riducendo perfino il Bucintoro a scheletrica prigione di forzati. In ciò richiamando a Trecento inoltrato e a chiusura del cerchio perenne d’ogni guerra anche quando è imperdonabilmente detta “operazione militare speciale” i reclusi rilasciati dal carcere per fungere da rematori delle galere della Serenissima. Una pena, insomma, scontata con un’altra che rinvia nuovamente a quella dei barattieri infernali ispirata a Dante dall’ arzanà de’ Viniziani . Una potente e serrata similitudine che fa leva tutta sul motivo centrale della pece di cui il poeta prende in considerazione tanto il colore vidila mirabilmente oscura. ») quanto l’infiammabilità bollia giuso una pegola spessa »), ma sopra tutto la vischiosità che la rende essenziale, per essere spessa e tenace, alla sicurezza delle flotte marine a rimpalmare i legni lor non sani, […] che ‘nviscava la ripa d’ogni parte. »). Un materiale, la pece nera, ricavato dalla distillazione della resina di alberi ad alto fusto la quale era poi bollita nella preparazione della vera e propria mescola catramosa ad uso navale a cui era aggiunta una modesta quantità di grasso di bue. Unico supplemento quest’ultimo che differenziava la produzione della pece dalla lavorazione di quella sostanza molle e appiccicosa ottenuta dalla cottura delle bacche e delle foglie, anche quelle « nate per cadere » del vischio pascoliano, che spalmata su fuscelli detti panie era usata un tempo nell’uccellagione a cui sfugge però il carducciano stormo di arzagole levandosi in volo e agitando in aria le ali come l’ artimone la sua vela. Un movimento continuo e duraturo che se da un lato ne richiama la struttura e le attività navali dall’altro rammenta che un tempo, almeno in ambito locale, l’appellativo di arsenale era dato proprio a quel ragazzino che mostrava un’inquieta e perfino eccessiva vivacità. Quasi al pari dell’incontenibile e capricciosa vitalità del coetaneo arzigogolo , magari finanche fiducioso di mantenerla anche negli anni di un’ arzilla vecchiaia in grado di sopportare la desolante arsura della bolgia planetaria in cui è immerso, attore pagante e spettatore gratuito di un presente infernale, ogni cronico uomo odierno artefice della propria sorte come del destino altrui. (da: «VERBAIO. Divagazioni linguistico-letterarie»)
Sauro Largiuni  Scrittore, è nato a S. Giovanni Valdarno nel 1953.