numero

un libro di Marco Meneguzzo

IL CAPITALE

IGNORANTE

Ovvero come l’ignoranza sta cambiando l’arte

Incultura, finanza e globalizzazione stanno rapidamente spingendo i linguaggi dell’arte in un cul-de-sac. Il tramonto definitivo delle avanguardie e l’erosione del potere intellettuale che le puntellava, insieme all’immagine dell’arte come status symbol, hanno favorito l’ascesa di un collezionismo che, sprovvisto di un’adeguata conoscenza del proprio oggetto del desiderio, ha tuttavia imposto nuove regole del gioco e provocato un radicale appiattimento del gusto. Se un tempo, infatti, il collezionismo che del gusto è il frutto tangibile, la visualizzazione plastica era appannaggio di un’aristocrazia colta e carismatica, in grado di conferire legittimità e autorevolezza alla battaglia delle idee, oggi è alla ricerca soprattutto di consenso, e tratta l’oggetto d’arte alla stregua di un souvenir bell’e pronto cui si chiede di essere riconoscibile quanto l’immagine della Tour Eiffel, familiare anche a chi a Parigi non ci è mai stato. Guidato da conformismo e dotato di ingenti capitali, sceglie opere-trofeo con l’unico scopo di testimoniare la sua appartenenza non più a un’élite di conoscitori, ma al club degli affluenti. Dal canto suo, l’artista, perso di fatto il ruolo antagonistico che lo teneva al riparo dalle mode, non oppone più resistenza a questo assetto omologante. È costretto a inseguire il successo economico e produce un’arte “obbediente”, attenta ai diktat del marketing e del gusto globalizzato, a scapito di quell’autonomia che era stata il suo vanto e la sua forza fino a pochi decenni fa. Il tramonto delle avanguardie e del dibattito intellettuale che ne costituiva l’humus sociale ha provocato un radicale appiattimento del gusto e il trasferimento del piacere e dello status del collezionismo che del gusto è l’incarnazione, la visualizzazione plastica dalle regioni e ragioni della cultura al territorio, indifferenziato ma misurabile, della ricchezza. Da oggetto misterioso per pochi bizzarri estimatori l’arte è diventata oggi uno status symbol: che si tratti di milionari, calciatori o mogli di industriali, i nuovi collezionisti sono guidati da conformismo e prediligono opere-trofeo con l’unico scopo di testimoniare la propria appartenenza non più a una élite di conoscitori, ma al club esclusivo delle personalità influenti. Se l’artista, nell’immaginario ancora tardoromantico dell’Occidente, rappresenta l’essenza della libertà, una figura alla quale la società demanda un pensiero che può esprimersi senza vincoli, persino antagonista ed eversivo rispetto alla società stessa, tale prerogativa sta però cedendo il passo a una nuova fondamentale caratteristica: la riconoscibilità. L’immissione di fiumi di denaro nel circuito dell’arte ne ha alterato il sistema valoriale, facendo delle gallerie o delle fondazioni che fanno capo a un unico proprietario, come quella di François Pinault i garanti quasi esclusivi della qualità di un’opera, quando in un tempo non troppo lontano il reclutamento degli artisti e il giudizio sul loro lavoro era piuttosto il prodotto di una sinergia tra critico, gallerista e collezionista. Scomparsi gli ammortizzatori culturali che consentivano all’artista una maturazione lenta e strade alternative per trovare un posto nel sistema, le sue possibilità di affermazione dipendono oggi dal diventare velocemente un fenomeno internazionale, scelto da uno dei ristretti gruppi di potere in grado di decretare la sua «esistenza in vita» nella società globale. In un mondo che vive di semplificazioni sempre più marcate, e di una sempre minore capacità e volontà di diversificare e analizzare, appare chiaro come il potere contrattuale dell’artista sia limitato, sostituito da un atteggiamento remissivo, diplomatico e politico, per nulla rivoluzionario e neppure blandamente innovativo. Dal momento che le regole stabilite dal sistema non lo contemplano come attore ma come merce, come «materiale umano» senza possibilità di voto, l’artista cercherà, anche inconsciamente, di adeguare le sue opere ai dettami del gusto suggeriti o meglio sarebbe dire imposti dai pochi realmente in grado di renderlo famoso. In gioco c’è un mutamento radicale del concetto stesso di arte, attraverso il deterioramento della sua capacità di suscitare pensieri innovatori e progressisti e il suo spostamento nella più vasta categoria dello spettacolo. (dal C.Stampa)
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| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 | Codice ISSN 2239-0235 |

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

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un libro

di Marco Meneguzzo

IL CAPITALE

IGNORANTE

Ovvero come l’ignoranza sta

cambiando l’arte

Incultura, finanza e globalizzazione stanno rapidamente spingendo i linguaggi dell’arte in un cul-de-sac. Il tramonto definitivo delle avanguardie e l’erosione del potere intellettuale che le puntellava, insieme all’immagine dell’arte come status symbol, hanno favorito l’ascesa di un collezionismo che, sprovvisto di un’adeguata conoscenza del proprio oggetto del desiderio, ha tuttavia imposto nuove regole del gioco e provocato un radicale appiattimento del gusto. Se un tempo, infatti, il collezionismo che del gusto è il frutto tangibile, la visualizzazione plastica era appannaggio di un’aristocrazia colta e carismatica, in grado di conferire legittimità e autorevolezza alla battaglia delle idee, oggi è alla ricerca soprattutto di consenso, e tratta l’oggetto d’arte alla stregua di un souvenir bell’e pronto cui si chiede di essere riconoscibile quanto l’immagine della Tour Eiffel, familiare anche a chi a Parigi non ci è mai stato. Guidato da conformismo e dotato di ingenti capitali, sceglie opere- trofeo con l’unico scopo di testimoniare la sua appartenenza non più a un’élite di conoscitori, ma al club degli affluenti. Dal canto suo, l’artista, perso di fatto il ruolo antagonistico che lo teneva al riparo dalle mode, non oppone più resistenza a questo assetto omologante. È costretto a inseguire il successo economico e produce un’arte “obbediente”, attenta ai diktat del marketing e del gusto globalizzato, a scapito di quell’autonomia che era stata il suo vanto e la sua forza fino a pochi decenni fa. Il tramonto delle avanguardie e del dibattito intellettuale che ne costituiva l’humus sociale ha provocato un radicale appiattimento del gusto e il trasferimento del piacere e dello status del collezionismo che del gusto è l’incarnazione, la visualizzazione plastica dalle regioni e ragioni della cultura al territorio, indifferenziato ma misurabile, della ricchezza. Da oggetto misterioso per pochi bizzarri estimatori l’arte è diventata oggi uno status symbol: che si tratti di milionari, calciatori o mogli di industriali, i nuovi collezionisti sono guidati da conformismo e prediligono opere-trofeo con l’unico scopo di testimoniare la propria appartenenza non più a una élite di conoscitori, ma al club esclusivo delle personalità influenti. Se l’artista, nell’immaginario ancora tardoromantico dell’Occidente, rappresenta l’essenza della libertà, una figura alla quale la società demanda un pensiero che può esprimersi senza vincoli, persino antagonista ed eversivo rispetto alla società stessa, tale prerogativa sta però cedendo il passo a una nuova fondamentale caratteristica: la riconoscibilità. L’immissione di fiumi di denaro nel circuito dell’arte ne ha alterato il sistema valoriale, facendo delle gallerie o delle fondazioni che fanno capo a un unico proprietario, come quella di François Pinault i garanti quasi esclusivi della qualità di un’opera, quando in un tempo non troppo lontano il reclutamento degli artisti e il giudizio sul loro lavoro era piuttosto il prodotto di una sinergia tra critico, gallerista e collezionista. Scomparsi gli ammortizzatori culturali che consentivano all’artista una maturazione lenta e strade alternative per trovare un posto nel sistema, le sue possibilità di affermazione dipendono oggi dal diventare velocemente un fenomeno internazionale, scelto da uno dei ristretti gruppi di potere in grado di decretare la sua «esistenza in vita» nella società globale. In un mondo che vive di semplificazioni sempre più marcate, e di una sempre minore capacità e volontà di diversificare e analizzare, appare chiaro come il potere contrattuale dell’artista sia limitato, sostituito da un atteggiamento remissivo, diplomatico e politico, per nulla rivoluzionario e neppure blandamente innovativo. Dal momento che le regole stabilite dal sistema non lo contemplano come attore ma come merce, come «materiale umano» senza possibilità di voto, l’artista cercherà, anche inconsciamente, di adeguare le sue opere ai dettami del gusto suggeriti o meglio sarebbe dire imposti dai pochi realmente in grado di renderlo famoso. In gioco c’è un mutamento radicale del concetto stesso di arte, attraverso il deterioramento della sua capacità di suscitare pensieri innovatori e progressisti e il suo spostamento nella più vasta categoria dello spettacolo. (dal C.Stampa)
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polemiche e proposte sull’arte contemporanea

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