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| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |

Aprile 2022

DOLCE DORMIRE

di Carlo Catiri Ricordo molto bene la primavera dell’ottantasei ed in particolare i giorni di quel fine aprile, che divennero così importanti a causa della sciagurata esplosione di un reattore della centrale atomica di Cernobil in Ucraina. La tragedia inizialmente a me sembrò distante e lontana, accaduta in un paese che di preciso non sapevo proprio dove fosse. Nel mio immaginario giovanile era un luogo disperso nel grande e sterminato territorio russo. Solo qualche giorno più tardi, a causa di venti che soffiarono imprevedibili nell’atmosfera e che spinsero le radiazioni prima verso nord e successivamente anche verso di noi in Italia, cominciai a capire. Ecco allora che all’improvviso anche i nostri giornali e la televisione ne cominciarono a parlare insistentemente e tutti noi dovemmo prendere atto della gravità dell’accaduto. L’Europa intera cadde nello sconcerto e da quel momento nulla fu più come prima. Si iniziò così a discutere sulla pericolosità dell’energia nucleare e si sviluppò un acceso dibattito sulle conseguenze infinite che disgrazie come quelle appena accadute a Cernobil avrebbero potuto arrecare all’umanità intera coinvolgendo inoltre le generazioni a venire, che non avrebbero potuto fare altro che subire inermi gli effetti contaminanti delle scorie radioattive e convivere con le nefaste conseguenze di tali incidenti che provocano nella natura e nell’uomo danni irreversibili. In Ucraina, allora URSS, i tecnici della centrale e la gente che viveva nei paesi vicini morì per effetto delle radiazioni ed ancora oggi i pochi sopravvissuti portano i segni delle malattie contratte per l’esposizione agli agenti contaminanti. Una tragedia senza fine. Oggi a distanza di trentasei anni, ancora dobbiamo fare i conti con un territorio radioattivo, interdetto ad ogni utilizzo umano e pericoloso per la presenza dei vecchi reattori che dormono letali sotto una coltre di cemento armato che i recenti bombardamenti dei missili russi potrebbero tristemente risvegliare. Nell’autunno dell’ottantasette gli italiani, ancora sbigottiti dagli accadimenti di Cernobil, con un referendum si espressero a maggioranza su tre quesiti che di fatto ebbero l’esito di far chiudere le obsolete centrali nucleari esistenti nel nostro paese e bloccare quelle in via di costruzione. Inoltre nel duemilaundici una ulteriore consultazione abrogò l’utilizzo del nucleare in Italia. Purtroppo però molti altri stati non seguirono l’esempio italiano ma anzi diedero il via allo sfruttamento su larga scala dell’energia nucleare con la costruzione di centrali cosiddette sicure diffuse oramai in tutto il mondo. Esemplare la recente inaugurazione di un impianto in Finlandia. Personalmente ritengo che fino a quando non mi diranno come possiamo risolvere il problema dello smaltimento delle scorie radioattive prodotte dalle centrali nucleari, senza che queste vengano sepolte in fondo agli oceani, non si dovrebbe neppure mettere in conto di discutere sulla sicurezza degli impianti di ultima generazione. Facciamo allora su questo tema una seria ricerca tecnologica senza propagandare facili enunciati ingannevoli. Nel frattempo lo sfruttamento delle risorse naturali si è fatto via via sempre più esasperato creando oggi un mercato globale dell’energia che determina forti tensioni tra le diverse potenze mondiali detentrici di gas naturale, petrolio e centrali atomiche di vecchia e nuova generazione. Le spietate leggi che guidano questa macchina infernale non sono democratiche anche perché i maggiori produttori di energia sono nelle mani di paesi a regime dittatoriale che non promuovono certo il benessere comune ma solo l’accaparramento economico e monetario lasciato spesso nelle mani di una ristretta e rapace oligarchia nazionalista. Si forma così di conseguenza un sistema di approvvigionamento di risorse legato a regole di opportunità e di maggior risparmio economico che non tengono conto che per essere attuati devono passare necessariamente attraverso la costruzione di impianti e tecnologie sempre più costosi, ingombranti e insostenibili da un punto di vista ecologico. Nella realtà è come se viaggiassimo distratti e inconsapevoli su un binario morto che prima o poi rivelerà il suo percorso e la sua tragica mancanza di uscite di salvezza possibili e sicure. Altro che PNRR, siamo paurosamente vicini al disastro ambientale. Ancora aprile, ancora dolce dormire, ma oggi non posso più fingere di non vedere o di non volermi svegliare. Le immagini che osservo da due mesi in internet e in televisione non mi lasciano scampo. Non c’è più alibi plausibile. La guerra in Ucraina causata da una drammatica aggressione voluta da un solo uomo fuori controllo mi ha risvegliato di soprassalto. L’Europa intera ha dovuto prendere atto che non poteva più voltarsi da un’altra parte, ignorando una guerra oramai così vicina, portatrice di pericoli incombenti accompagnata da volgari minacce e discorsi deliranti. Una guerra devastante fatta di bombe e di missili micidiali che colpiscono le città ucraine e la popolazione inerme e disperata. In fuga. Ma come abbiamo potuto arrivare fin qui? Come si sono formate le premesse per questa situazione senza ragionevoli vie di uscita? Forse siamo tutti responsabili. Più verosimilmente le miopi regole della politica economica europea hanno creato quei presupposti che hanno portato i paesi membri a dipendere sempre di più dal petrolio dei paesi arabi, molto inquinante e costoso e dal gas russo, molto meno costoso e meno inquinante e per questo apparentemente più conveniente per le strategie commerciali che ci guidano. Ci eravamo cullati nell’idea che la sudditanza energetica che si stava creando in cambio dell’esportazione della nostra tecnologia fosse in perfetto equilibrio e che potesse non finire mai. Ci siamo addormentati all’ombra di un falso benessere che ora la guerra ha travolto come uno spaventoso temporale primaverile. Ci sentiamo ora minacciati di morte e economicamente in sofferenza, laddove ieri tutto sembrava calmo e sotto controllo. Eppure la sveglia era suonata più volte. Prima con l’annessione della Crimea alla Russia nel duemilaquattordici e immediatamente a seguire con l’autoproclamazione di autonomia da parte degli abitanti filorussi nei territori del Donbass, in Ucraina orientale. Come non vedere in questi segnali forti le avvisaglie di un imperialismo che, umiliato e represso dalla caduta dell’impero sovietico nell’ottantanove, si stava risvegliando. Come non capire che l’equilibrio geopolitico precedente costruito nell’est europeo si stava disgregando. Forse lo hanno visto bene i costruttori ed i commercianti di armi sempre a caccia di occasioni per offrire a caro prezzo i loro armamenti di morte. Il mondo è pieno di conflitti armati scoppiati per ragioni di natura economica, ideologica, religiosa e sociale che i mercanti di armi alimentano e vivificano nascondendosi tra le pieghe di un mondo malato e diviso. Non ci resta quindi altra soluzione che deporre le armi, prima che sia davvero troppo tardi e che la convivenza tra i popoli sia davvero troppo compromessa. Certo fermare la guerra è molto difficile ma è l’unica strada ancora percorribile. Allentare la tensione sembra in questi giorni una folle utopia ma al di di facili e sterili affermazioni di comodo è necessario costruire la pace. Siamo caduti nella voragine di una guerra che non avrà vincitori nè vinti e che produrrà solo dolore, distruzioni e morte. Allora svegliamo la pace.

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

7 Carlo Catiri  Insegnante, pittore e critico d’arte, nasce nel 1953 a Milano, dove vive e lavora. Attento e sensibile conoscitore dell’arte, affianca a queste attività culturali la sua ricerca pittorica Francisco Goya, "Il sonno della ragione genera mostri", 1797

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

7 Carlo Catiri  Insegnante, pittore e critico d’arte, nasce nel 1953 a Milano, dove vive e lavora. Attento e sensibile conoscitore dell’arte, affianca a queste attività culturali la sua ricerca pittorica

Aprile 2022

DOLCE DORMIRE

di Carlo Catiri Ricordo molto bene la primavera dell’ottantasei ed in particolare i giorni di quel fine aprile, che divennero così importanti a causa della sciagurata esplosione di un reattore della centrale atomica di Cernobil in Ucraina. La tragedia inizialmente a me sembrò distante e lontana, accaduta in un paese che di preciso non sapevo proprio dove fosse. Nel mio immaginario giovanile era un luogo disperso nel grande e sterminato territorio russo. Solo qualche giorno più tardi, a causa di venti che soffiarono imprevedibili nell’atmosfera e che spinsero le radiazioni prima verso nord e successivamente anche verso di noi in Italia, cominciai a capire. Ecco allora che all’improvviso anche i nostri giornali e la televisione ne cominciarono a parlare insistentemente e tutti noi dovemmo prendere atto della gravità dell’accaduto. L’Europa intera cadde nello sconcerto e da quel momento nulla fu più come prima. Si iniziò così a discutere sulla pericolosità dell’energia nucleare e si sviluppò un acceso dibattito sulle conseguenze infinite che disgrazie come quelle appena accadute a Cernobil avrebbero potuto arrecare all’umanità intera coinvolgendo inoltre le generazioni a venire, che non avrebbero potuto fare altro che subire inermi gli effetti contaminanti delle scorie radioattive e convivere con le nefaste conseguenze di tali incidenti che provocano nella natura e nell’uomo danni irreversibili. In Ucraina, allora URSS, i tecnici della centrale e la gente che viveva nei paesi vicini morì per effetto delle radiazioni ed ancora oggi i pochi sopravvissuti portano i segni delle malattie contratte per l’esposizione agli agenti contaminanti. Una tragedia senza fine. Oggi a distanza di trentasei anni, ancora dobbiamo fare i conti con un territorio radioattivo, interdetto ad ogni utilizzo umano e pericoloso per la presenza dei vecchi reattori che dormono letali sotto una coltre di cemento armato che i recenti bombardamenti dei missili russi potrebbero tristemente risvegliare. Nell’autunno dell’ottantasette gli italiani, ancora sbigottiti dagli accadimenti di Cernobil, con un referendum si espressero a maggioranza su tre quesiti che di fatto ebbero l’esito di far chiudere le obsolete centrali nucleari esistenti nel nostro paese e bloccare quelle in via di costruzione. Inoltre nel duemilaundici una ulteriore consultazione abrogò l’utilizzo del nucleare in Italia. Purtroppo però molti altri stati non seguirono l’esempio italiano ma anzi diedero il via allo sfruttamento su larga scala dell’energia nucleare con la costruzione di centrali cosiddette sicure diffuse oramai in tutto il mondo. Esemplare la recente inaugurazione di un impianto in Finlandia. Personalmente ritengo che fino a quando non mi diranno come possiamo risolvere il problema dello smaltimento delle scorie radioattive prodotte dalle centrali nucleari, senza che queste vengano sepolte in fondo agli oceani, non si dovrebbe neppure mettere in conto di discutere sulla sicurezza degli impianti di ultima generazione. Facciamo allora su questo tema una seria ricerca tecnologica senza propagandare facili enunciati ingannevoli. Nel frattempo lo sfruttamento delle risorse naturali si è fatto via via sempre più esasperato creando oggi un mercato globale dell’energia che determina forti tensioni tra le diverse potenze mondiali detentrici di gas naturale, petrolio e centrali atomiche di vecchia e nuova generazione. Le spietate leggi che guidano questa macchina infernale non sono democratiche anche perché i maggiori produttori di energia sono nelle mani di paesi a regime dittatoriale che non promuovono certo il benessere comune ma solo l’accaparramento economico e monetario lasciato spesso nelle mani di una ristretta e rapace oligarchia nazionalista. Si forma così di conseguenza un sistema di approvvigionamento di risorse legato a regole di opportunità e di maggior risparmio economico che non tengono conto che per essere attuati devono passare necessariamente attraverso la costruzione di impianti e tecnologie sempre più costosi, ingombranti e insostenibili da un punto di vista ecologico. Nella realtà è come se viaggiassimo distratti e inconsapevoli su un binario morto che prima o poi rivelerà il suo percorso e la sua tragica mancanza di uscite di salvezza possibili e sicure. Altro che PNRR, siamo paurosamente vicini al disastro ambientale. Ancora aprile, ancora dolce dormire, ma oggi non posso più fingere di non vedere o di non volermi svegliare. Le immagini che osservo da due mesi in internet e in televisione non mi lasciano scampo. Non c’è più alibi plausibile. La guerra in Ucraina causata da una drammatica aggressione voluta da un solo uomo fuori controllo mi ha risvegliato di soprassalto. L’Europa intera ha dovuto prendere atto che non poteva più voltarsi da un’altra parte, ignorando una guerra oramai così vicina, portatrice di pericoli incombenti accompagnata da volgari minacce e discorsi deliranti. Una guerra devastante fatta di bombe e di missili micidiali che colpiscono le città ucraine e la popolazione inerme e disperata. In fuga. Ma come abbiamo potuto arrivare fin qui? Come si sono formate le premesse per questa situazione senza ragionevoli vie di uscita? Forse siamo tutti responsabili. Più verosimilmente le miopi regole della politica economica europea hanno creato quei presupposti che hanno portato i paesi membri a dipendere sempre di più dal petrolio dei paesi arabi, molto inquinante e costoso e dal gas russo, molto meno costoso e meno inquinante e per questo apparentemente più conveniente per le strategie commerciali che ci guidano. Ci eravamo cullati nell’idea che la sudditanza energetica che si stava creando in cambio dell’esportazione della nostra tecnologia fosse in perfetto equilibrio e che potesse non finire mai. Ci siamo addormentati all’ombra di un falso benessere che ora la guerra ha travolto come uno spaventoso temporale primaverile. Ci sentiamo ora minacciati di morte e economicamente in sofferenza, laddove ieri tutto sembrava calmo e sotto controllo. Eppure la sveglia era suonata più volte. Prima con l’annessione della Crimea alla Russia nel duemilaquattordici e immediatamente a seguire con l’autoproclamazione di autonomia da parte degli abitanti filorussi nei territori del Donbass, in Ucraina orientale. Come non vedere in questi segnali forti le avvisaglie di un imperialismo che, umiliato e represso dalla caduta dell’impero sovietico nell’ottantanove, si stava risvegliando. Come non capire che l’equilibrio geopolitico precedente costruito nell’est europeo si stava disgregando. Forse lo hanno visto bene i costruttori ed i commercianti di armi sempre a caccia di occasioni per offrire a caro prezzo i loro armamenti di morte. Il mondo è pieno di conflitti armati scoppiati per ragioni di natura economica, ideologica, religiosa e sociale che i mercanti di armi alimentano e vivificano nascondendosi tra le pieghe di un mondo malato e diviso. Non ci resta quindi altra soluzione che deporre le armi, prima che sia davvero troppo tardi e che la convivenza tra i popoli sia davvero troppo compromessa. Certo fermare la guerra è molto difficile ma è l’unica strada ancora percorribile. Allentare la tensione sembra in questi giorni una folle utopia ma al di di facili e sterili affermazioni di comodo è necessario costruire la pace. Siamo caduti nella voragine di una guerra che non avrà vincitori vinti e che produrrà solo dolore, distruzioni e morte. Allora svegliamo la pace.
Francisco Goya, "Il sonno della ragione genera mostri", 1797