© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 Codice ISSN 2239-0235

IL RELITTO DELLA

BIENNALE

Alla Biennale di quest’anno l’artista svizzero Christoph Büchel e il curatore della Mostra Ralph Rugoff espongono il relitto della Ievoli Ivory , il peschereccio libico che affondò nel Canale di Sicilia il 18 aprile del 2015 con a bordo più di 700 emigranti. “Per smuovere le coscienze”, è stato detto e io, davvero, voglio credere che nella realizzazione di questa installazione vi sia il nobile intento di raccontare al mondo, anche provocatoriamente, tale tragedia. Ma detto questo, e dal momento che siamo alla Biennale d’arte, io sento il bisogno di fare una riflessione. Nel 2016 il recupero della Ievoli Ivory, a 370 metri sott’acqua con il suo carico di poveri corpi, fu fortemente voluto dall’allora presidente del Consiglio e dal suo governo. E se da una parte non mi interessa sapere se, per quella decisione, la “pietas” si sia mescolata a una ricerca di visibilità o altro, dall’altra mi ripugna la polemica sui 10 milioni di denaro pubblico “sborsati” per portare a termine l’operazione. Il risultato fu, a mio avviso, una grande opera, un grande poema umanissimo, senza parole, da ascoltare in silenzio, con commozione e riconoscenza e, per una volta, sì, con l’orgoglio di essere Esseri umani. Per certi aspetti dunque, questa è stata la realizzazione di una sorta di “opera d’arte”. L’artista svizzero ha ribattezzato il relitto la “Barca nostra”. No, non è la “Barca nostra” è la “Barca loro”. Perché credo che il compito dell’artista non sia quello di fare cronaca impossessandosi della sofferenza altrui, e neppure di raccontare ai perseguitati, ai disperati, agli ultimi che sono perseguitati, disperati, ultimi. Lo sanno già. E ce lo hanno raccontato attraverso i bigliettini riemersi dal mare con gli indirizzi e i numeri di telefono, ce lo hanno raccontato i sacchettini di terra portati da casa, ce lo ha raccontato la pagella cucita nella fodera del giubbotto del giovane studente - e se non piangi, di che pianger suoli? - ce lo raccontano le carte di identità che le rispettose e sapienti mani dei Medici legali di Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense) hanno studiato per Dare un nome alle vittime del Mediterraneo - come dice la Dottoressa Cristina Cattaneo. Perché non a lei il premio della Biennale 2019? E quando la coscienza impone all’artista di parlare in nome delle vittime, dovrebbe anche imporgli di non “farle vittime per sempre”, immortalandone la miseria dei corpi torturati, piagati, umiliati. Per questo ci sono ben altri, irrinunciabili strumenti, pensiamo, per esempio, ai documenti sconvolgenti sui campi di concentramento, quelli che inchiodano gli assassini nazisti alle loro responsabilità. Il compito dell’artista, però, è un altro, ce lo insegna Aldo Carpi e i suoi struggenti disegni eseguiti nel campo di concentramento di Gusen. Disegni che sono altrettanto drammatici delle foto e dei documentari ed esprimono anch’essi il giudizio e la condanna, ma Carpi ci offre una testimonianza filtrata dalla sua matita e dal suo talento, dove la compassione e la compartecipazione verso i suoi simili vincono l’orrore. La spaventosa visione del groviglio di corpi nudi, “il vero-vero” che oltraggia ancora e ancora quelle donne e quegli uomini non c’è più e l’artista abbassa simbolicamente le palpebre del corpo scheletrico con un gesto d’amore. Se Picasso avesse scelto di fare come l’artista svizzero, ora al Museo Nacional di Madrid avremmo una installazione con i mattoni spaccati, i calcinacci, e le macerie di Guernica, certo una testimonianza, ma lontana e ormai vuota di pathos. Fortunatamente per noi, il grande Pablo ha dipinto Guernica , sublimando la tragedia, dilavandola dalla crudeltà e dallo spavento e donandoci il suo capolavoro universale, perenne denuncia degli orrori della guerra, che vale per tutte le Guernica di tutti i tempi. Il contrario di ciò che fa Christoph Büchel esponendo alla Biennale il relitto della Ievoli Ivory . L’artista svizzero rinuncia all’invenzione, alla trasfigurazione, si potrebbe dire che ricorre a una forma di nuovo verismo, di descrittivismo ( rappresentazione minuziosa di particolari esteriori o superficiali, spesso a scapito della coerenza formale , recita il vocabolario), cioè è passivo di fronte al “vero” e abdica al gesto creativo dell’artista autentico, alla fondamentale e irrinunciabile responsabilità e compito di raccontare la realtà, ma una realtà trasformata dal sentimento poetico, dalla fantasia, dal talento e dall’invenzione del linguaggio. Così, dopo la Biennale di Venezia, passato il “caso”, la notizia che solletica la moda e il mercato, il relitto resterà solo un rottame rugginoso e la Ievoli Ivory tornerà a sprofondare in fondo al mare. Del silenzio.

Gioxe De Micheli

Pittore, vive tra Milano, Varzo e Sassofortino (Gr). E’ nato a Milano nel 1947.
Il relitto esposto da Christoph Buchel,  affondato nel  2015 con oltre 700 migranti a bordo.
Il relitto esposto da Christoph Buchel,  affondato nel  2015 con oltre 700 migranti a bordo..
© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 - Codice ISSN 2239-0235

IL RELITTO

DELLA

BIENNALE

Alla Biennale di quest’anno l’artista svizzero Christoph Büchel e il curatore della Mostra Ralph Rugoff espongono il relitto della Ievoli Ivory , il peschereccio libico che affondò nel Canale di Sicilia il 18 aprile del 2015 con a bordo più di 700 emigranti. “Per smuovere le coscienze”, è stato detto e io, davvero, voglio credere che nella realizzazione di questa installazione vi sia il nobile intento di raccontare al mondo, anche provocatoriamente, tale tragedia. Ma detto questo, e dal momento che siamo alla Biennale d’arte, io sento il bisogno di fare una riflessione. Nel 2016 il recupero della Ievoli Ivory, a 370 metri sott’acqua con il suo carico di poveri corpi, fu fortemente voluto dall’allora presidente del Consiglio e dal suo governo. E se da una parte non mi interessa sapere se, per quella decisione, la “pietas” si sia mescolata a una ricerca di visibilità o altro, dall’altra mi ripugna la polemica sui 10 milioni di denaro pubblico “sborsati” per portare a termine l’operazione. Il risultato fu, a mio avviso, una grande opera, un grande poema umanissimo, senza parole, da ascoltare in silenzio, con commozione e riconoscenza e, per una volta, sì, con l’orgoglio di essere Esseri umani. Per certi aspetti dunque, questa è stata la realizzazione di una sorta di “opera d’arte”. L’artista svizzero ha ribattezzato il relitto la “Barca nostra”. No, non è la “Barca nostra” è la “Barca loro”. Perché credo che il compito dell’artista non sia quello di fare cronaca impossessandosi della sofferenza altrui, e neppure di raccontare ai perseguitati, ai disperati, agli ultimi che sono perseguitati, disperati, ultimi. Lo sanno già. E ce lo hanno raccontato attraverso i bigliettini riemersi dal mare con gli indirizzi e i numeri di telefono, ce lo hanno raccontato i sacchettini di terra portati da casa, ce lo ha raccontato la pagella cucita nella fodera del giubbotto del giovane studente - e se non piangi, di che pianger suoli? - ce lo raccontano le carte di identità che le rispettose e sapienti mani dei Medici legali di Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense) hanno studiato per Dare un nome alle vittime del Mediterraneo - come dice la Dottoressa Cristina Cattaneo. Perché non a lei il premio della Biennale 2019? E quando la coscienza impone all’artista di parlare in nome delle vittime, dovrebbe anche imporgli di non “farle vittime per sempre”, immortalandone la miseria dei corpi torturati, piagati, umiliati. Per questo ci sono ben altri, irrinunciabili strumenti, pensiamo, per esempio, ai documenti sconvolgenti sui campi di concentramento, quelli che inchiodano gli assassini nazisti alle loro responsabilità. Il compito dell’artista, però, è un altro, ce lo insegna Aldo Carpi e i suoi struggenti disegni eseguiti nel campo di concentramento di Gusen. Disegni che sono altrettanto drammatici delle foto e dei documentari ed esprimono anch’essi il giudizio e la condanna, ma Carpi ci offre una testimonianza filtrata dalla sua matita e dal suo talento, dove la compassione e la compartecipazione verso i suoi simili vincono l’orrore. La spaventosa visione del groviglio di corpi nudi, “il vero-vero” che oltraggia ancora e ancora quelle donne e quegli uomini non c’è più e l’artista abbassa simbolicamente le palpebre del corpo scheletrico con un gesto d’amore. Se Picasso avesse scelto di fare come l’artista svizzero, ora al Museo Nacional di Madrid avremmo una installazione con i mattoni spaccati, i calcinacci, e le macerie di Guernica, certo una testimonianza, ma lontana e ormai vuota di pathos. Fortunatamente per noi, il grande Pablo ha dipinto Guernica , sublimando la tragedia, dilavandola dalla crudeltà e dallo spavento e donandoci il suo capolavoro universale, perenne denuncia degli orrori della guerra, che vale per tutte le Guernica di tutti i tempi. Il contrario di ciò che fa Christoph Büchel esponendo alla Biennale il relitto della Ievoli Ivory . L’artista svizzero rinuncia all’invenzione, alla trasfigurazione, si potrebbe dire che ricorre a una forma di nuovo verismo, di descrittivismo ( rappresentazione minuziosa di particolari esteriori o superficiali, spesso a scapito della coerenza formale , recita il vocabolario), cioè è passivo di fronte al “vero” e abdica al gesto creativo dell’artista autentico, alla fondamentale e irrinunciabile responsabilità e compito di raccontare la realtà, ma una realtà trasformata dal sentimento poetico, dalla fantasia, dal talento e dall’invenzione del linguaggio. Così, dopo la Biennale di Venezia, passato il “caso”, la notizia che solletica la moda e il mercato, il relitto resterà solo un rottame rugginoso e la Ievoli Ivory tornerà a sprofondare in fondo al mare. Del silenzio.

opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea

Gioxe De Micheli

Pittore, vive tra Milano, Varzo e Sassofortino (Gr). E’ nato a Milano nel 1947.
di Gioxe De Micheli
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