numero

| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |

Gennaio 2023

CONTRO TUTTE LE GUERRE

Picasso e Guernica

di Gioxe De Micheli QUANTE DITA HANNO LE MANI DI GUERNICA? Io non mi ricordo che giorno fosse, ma le vacanze non erano ancora finite e a ottobre sarei andato in seconda elementare. Certamente fu prima del sabato 26 settembre e mi sentirei di escludere le domeniche del 6, del 13 e del 20 per l’assenza dei commessi del Comune. Non mi ricordo che giorno fosse, ma mi ricordo che giorno è stato. Mi trovavo nella grande sala delle Cariatidi, mi ci aveva portato mio padre Mario. In alto spuntavano i monconi carbonizzati delle grandi travi, le pareti e gli stucchi ancora neri del fumo dell’incendio. Le tele e i pannelli a terra appoggiati contro i muri, le casse servite ai trasporti erano già state tolte, si preparavano delle strutture inchiodando grossi listelli, c’era un odore come di segatura e tutto intorno risuonavano colpi di martello. Mio padre, il Mario, aveva 39 anni e dirigeva l’allestimento della mostra. Si muoveva a larghi passi con ancora addosso la magrezza della galera titina e portava degli scalcagnati sandali di cuoio anteguerra con dei calzini corti. Io guardavo ad altezza bambino seduto su un secchio rovesciato e lo vedevo sollevare, spostare, capovolgere, trascinare. Ogni tanto scompariva e poi riappariva, si fermava, guardava, poi ripartiva sicuro, veloce, mi sembrava un lupo. E d’altra parte mi aveva portato come il cacciatore porta il figlio a riconoscere le impronte, a seguire le tracce, a fiutare l’aria. È strano, ma i miei ricordi sono in bianco e nero, come Milano era in bianco e nero, la nostra casa in viale Abruzzi era in bianco e nero, come Guernica , e le grandi immagini di La Guerra e la Pace e del Massacro in Corea . «Che cosa credete che sia un artista? Un imbecille che ha solo gli occhi se è pittore […]» * Ma qui dobbiamo fare un passo indietro. Siamo a Roma tra l’aprile e il maggio del 1953, e si sta organizzando una grande rassegna che mostrerà a un’Italia, ancora povera e arretrata, uno dei più dirompenti fenomeni culturali, politici, estetici e mercantili del ’900: Pablo Picasso. Si muovono le istituzioni, il mondo accademico, il Governo, il Comune, la Galleria d’Arte Modena con la sua direttrice Palma Bucarelli, la Democrazia cristiana, obtorto collo, il Partito comunista con il senatore Eugenio Reale, Antonio Del Guercio, Renato Guttuso e la coralità dei suoi intellettuali, a dispetto della diffidenza, se non dell’ostilità, del “Migliore”, Palmiro Togliatti. E poi critici e storici di fama: Lionello Venturi, Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan. Ma in mezzo a tutta questa ufficialità, il Partito comunista ha un suo campione. Si tratta di Mario De Micheli, il giovane critico d’arte dell’Unità di Milano. È un intellettuale un po’ anomalo, il Mario, è lontano dal mondo accademico e dalle dinamiche dell’ufficialità, ma ha un formidabile primato che gli permette di stare a buon diritto nel comitato organizzatore della mostra: ha pubblicato il Italia, sfidando la censura fascista, il primo libro su Picasso. E il Partito lo sa! A Pablo Picasso esce per le edizioni del GUF di Bologna nel 1941. Vi sono riprodotte le foto che Dora Maar aveva fatto agli studi per Guernica , la traduzione di un poemetto di Eluard e la prefazione del Mario. I fascisti non si accorgono dei contenuti eversivi del testo e i volumetti vanno a ruba. La seconda edizione, però, cade sotto l’occhio più attento di un censore in camicia nera che legge: «[…] Picasso incoraggia la nostra riscossa; dopo di lui non possiamo più riposare su una pace cromatica dei colori. Sappiamo che c’è un’altra cosa da fare». È un invito neppur troppo velato alla lotta armata. La seconda edizione viene sequestrata. «[…] le orecchie se è musicista, e una lira a tutti i piani del cuore se è poeta […]» Le mire di Eugène de Rastignac: «E adesso a noi due, Roma!» non sono certo quelle che muovono il giovane critico arrivato da Milano. No, è un tipo duro e limpido il Mario, viene dalla lotta clandestina, ha conosciuto il carcere fascista e poi quello dell’U.D.B, la polizia politica di Tito. No, il Mario è a Roma perché porta nel cuore il «Sogno dell’Europa». L’Europa della libertà, della pace e della cultura. Il sogno che ha condiviso con tanti giovani della sua generazione e che, forse, lì, a Roma, si sta materializzando. E il Partito lo sa! In una lettera dell’8 maggio 1953 Giancarlo Pajetta, da via delle Botteghe Oscure, scrive a Davide Lajolo, allora direttore dell’Unità di Milano: «Caro Ulisse, come hai visto, la mostra di Picasso si è inaugurata con buon successo: successo dovuto anche alla collaborazione del tuo critico d’arte, Mario De Micheli […] De Micheli ha ben lavorato qui a Roma per la mostra, e per questo ci è ancora necessario per il periodo che ti ho detto. Sono sicuro quindi che la collaborazione che ancora vi chiediamo non sarà pregiudizievole ai suoi rapporti con l’Unità di Milano al suo ritorno che immancabilmente avrà luogo a fine giugno. […]».** In un articolo di Nello Forti Grazzini pubblicato su l'Unità del 17 gennaio 1994 sotto il titolo «Un grande futuro dietro le spalle», De Micheli racconta della mostra romana: «[...] Quella mostra, una mattina, fu visitata da Togliatti, il quale, per via della sua formazione, non capiva Picasso. Io lo guidai lungo il percorso espositivo, infervorandomi, cercando di fargli capire la grandezza del pittore. Lui ascoltava e non diceva niente, ma alla fine mi chiese di scrivergli un articolo su Picasso per Rinascita, purché però gliene scrivessi, per contrappeso, anche un altro, su una mostra di Antonello da Messina allora aperta in Sicilia. Il primo articolo uscì, col titolo Il più grande pittore dei nostri tempi , e io mi stupii. Chi ha voluto quel titolo? Ma come, mi dissero, l'ha voluto Togliatti...». Dunque, come annunciato da Pajetta, il Mario alla fine di giugno del 1953 tornò a Milano dove già si lavorava alla seconda tappa della grande rassegna. Ma nel capoluogo lombardo si preparava anche un evento destinato a rimanere gemma preziosa nella storia della cultura italiana del dopoguerra: la possibilità di esporre Guernica . Alla realizzazione di questo sogno collaborò, oltre a De Micheli, il meglio della cultura democratica milanese: Fernanda Wittgens, soprintendente alle Gallerie della Lombardia, Gian Alberto Dell’Acqua, Franco Russoli, Raffaele De Grada Raffaellino, per noi in famiglia il pittore Attilio Rossi, che era anche amico personale di Picasso. E furono proprio il prestigio, l’affidabilità e l’alto profilo culturale di questo gruppo che convinsero il grande Pablo ad accordare il prestito. E fu ancora con coraggio e determinazione, nell’autorevolezza della sua alta carica istituzionale, che Fernanda Wittgens pretese, nell’entusiasmo di pittori, scultori, poeti, «quelli del Piccolo» e vecchi amici di Corrente, che assieme a La Guerra e la Pace e a Guernica , a Palazzo Reale ci fosse anche il Massacro in Corea che invece a Roma era stato censurato. «[…] oppure, se è un pugile, solamente dei muscoli? Al contrario, egli è allo stesso tempo un uomo politico, costantemente sveglio davanti ai laceranti, ardenti o dolci avvenimenti del mondo.» Io non ricordo quanto tempo rimasi quella mattina, ma ci fu una pausa e il papà mi portò a mangiare in una trattoria di via Fiori Chiari con Ibrahim Kodra, poi l’allestimento andò avanti per tutto il pomeriggio. Io un po’ mi annoiavo e quindi dopo aver circumnavigato le sale con tutti quei dipinti a terra, tornai al mio secchio rovesciato e l’avevo proprio davanti cominciai a circumnavigare anche Guernica . Non che non avessi mai visto quell’immagine, non l’avevo mai vista dal vero. E non che non sapessi che cosa è un bombardamento, la mamma me ne aveva parlato perché, a Parma, i miei nonni materni, erano morti sotto le bombe inglesi e quella storia mi faceva paura. Il dipinto invece mi piaceva un sacco, beh, io ero un bambino un po’ particolare e il mio rapporto con le immagini non era certo quello della maggior parte dei miei coetanei. A casa, una parete della stanza da letto dei genitori era interamente occupata da un murale cubista di Morlotti un uomo e una donna nudi che abbracciano un neonato e ogni due settimane arrivava Il Pioniere , il giornalino per i bambini diretto da Gianni Rodari, dove trovavo le avventure di Chiodino, un piccolo eroe di ferro anche lui un po’ cubista, disegnate da Vinicio Berti, il padre dell’astrattismo fiorentino. Dunque, un profilo con due occhi, nasi all’incontrario, figure puntute e scomposte non mi facevano nessuna impressione. Però ero un bambino preciso e attento ai particolari. Mi piaceva l’oca a sinistra, era l’oca della canzoncina che a casa cantavamo in coro? Gh’era un oc, un uchin e n’ ucheta, che andavan a bev alla curt del Re… Mi piaceva la figura di destra che sprofonda tra le fauci di quello che mi pareva essere un drago e avevo notato che i suoi denti erano uguali alle fiamme dell’incendio e persino alla luce della lampada. Chissà se anche i nonni avevano visto quelle stesse fiamme, quei denti che azzannano, feriscono e lacerano. Ma poi, perché c’era il lume a petrolio se c’era la corrente elettrica? Forse con le bombe era andata via la luce? Le bombe io le conoscevo, in classe c’erano due manifesti, in uno si vedeva un bambino mutilato e la scritta NON TOCCARE C’È LA MORTE. Nell’altro, un’esposizione di ordigni di tutti i tipi allineati in bell’ordine, e io avevo imparato a distinguere le granate inglesi che sembravano ananas da quelle tedesche con l’impugnatura di legno, le bombe a mano lisce e tonde, quelle quadrate che mi sembravano scatolette di tonno, quelle larghe e piatte come torte. Mi piaceva la mano che stringe il coltello, anche se avrei preferito che la lama non fosse stata rotta. Mi piaceva il cavallo. Forse era il cavallo della poesia che ci aveva letto il papà: Oh cavallo cavallo che non bevesti l’acqua […] Cavallo dell’alba...* * e mia sorella Anna pensava che il cavallo fosse dell’Alba Dabbundo, la nostra pediatra, che, a Milano, era anche famosa perché curava gratuitamente tutti i pittori squattrinati. No, che la testa del cavallo fosse una citazione da Il trionfo della morte di Palermo l’ho scoperto da grande, così come il significato simbolico del pugno stretto sul pugnale spezzato. Di mani in Guernica ce ne sono 11 e, allora, mi colpì molto il fatto che, malgrado tutte quelle deformazioni, il numero delle dita delle mani e anche dei piedi fosse giusto, cinque per arto unica eccezione i piedini del neonato in braccio alla disperazione della madre. Le contai diligentemente: 65 dita tra mani e piedi… senza contare i piedini del neonato. Lo dissi al Mario che per un attimo parve incuriosito dalla mia scoperta, e io ne fui contento perché ero sicuro che lui non ci aveva pensato. Uscimmo che era già sera, le giornate si erano accorciate, tagliammo per i Giardini pubblici, imboccammo il corso Buenos Aires e tornammo a casa. * Scritto di Picasso, tratto da «David, Delacroix, Courbet, Cézanne, Van Gogh: Le poetiche. Antologia degli scritti», Mario De Micheli, Feltrinelli 1978. ** Cfr. «Le parole e le cose», Quaderni di Arte a Trezzo.

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

26 Gioxe De Micheli   Pittore, vive tra Milano e Sassofortino (Gr). E’ nato a Milano nel 1947.

Pubblico questo intervento dell’amico De Micheli per una mostra

dedicata alla Guernica di Picasso, e dunque contro la guerra e i

suoi orrori, perchè mi è molto piaciuto per come è scritto e per la

vicenda che racconta… (G.S.)

La copertina del catalogo della

mostra dedicata a Guernica dal

MAN_Museo d’arte Provincia di

Nuoro.

Voluta e curata da Chiara Gatti,

che del Museo è Direttore artistico,

e da Michele Tavola, l’iniziativa

segnala una doppia ricorrenza.

«Settant'anni fa - era il 1953 - la

storica esposizione di Milano

vide la monumentale tela di

Guernica tornare dall'America per

essere esposta nella sala

bombardata delle Cariatidi di

Palazzo Reale; un luogo ferito dalla

guerra che, per la sua natura

sventrata e offesa, convinse il

maestro a richiamarla in Europa e

a farne un manifesto d'accusa

contro ogni conflitto e violenza

subita.

Fu l'unica volta che l'Italia poté

celebrarne la presenza, prima

che il capolavoro s'imbarcasse per

un tour in giro per il mondo

e riapprodasse poi definitivamente

a Madrid, dove ancora oggi è

custodita nelle sale algide del

Museo Nacional Centro de Arte

Reina Sofia.

La seconda ricorrenza aderisce,

invece, alla storia stessa

del MAN che nel 2003, agli albori

della sua vita, ospitò il ciclo

completo della Suite Vollard,

celeberrima serie di incisioni che

Picasso realizzò negli anni trenta e

stampata poi dal suo mercante

Ambroise Vollard e che, fra soggetti

classici, modelle, muse, grazie,

baccanti e saltimbanchi,

contempla - non a caso - figure

di minotauri e cavalli, legati in

sottotraccia ai coevi e struggenti

motivi di Guernica.

Due ragioni importanti animano

un progetto inedito che, questa

volta, intreccia la genesi del dipinto

alla presenza di Dora Maar,

l'amante più famosa del temibile

Pablo, la «mujer que llora», la

«donna che piange», sedotta e

tradita, e che dietro l' obiettivo

registrò, per settimane ininterrotte

di lavoro e passione, la creazione

del gigante bianco e nero; tassello

su tassello, urla su urla…»

(Dal testo di Chiara Gatti in

catalogo)

Arazzi dello Studio Pratha di Nuoro dedicati a "Guernica" - Mostra presso il MAN_Museo d'arte Provincia di Nuoro

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

26 Gioxe De Micheli   Pittore, vive tra Milano e Sassofortino (Gr). E’ nato a Milano nel 1947.

Gennaio 2023

CONTRO TUTTE LE GUERRE

Picasso e Guernica

di Gioxe De Micheli QUANTE DITA HANNO LE MANI DI GUERNICA? Io non mi ricordo che giorno fosse, ma le vacanze non erano ancora finite e a ottobre sarei andato in seconda elementare. Certamente fu prima del sabato 26 settembre e mi sentirei di escludere le domeniche del 6, del 13 e del 20 per l’assenza dei commessi del Comune. Non mi ricordo che giorno fosse, ma mi ricordo che giorno è stato. Mi trovavo nella grande sala delle Cariatidi, mi ci aveva portato mio padre Mario. In alto spuntavano i monconi carbonizzati delle grandi travi, le pareti e gli stucchi ancora neri del fumo dell’incendio. Le tele e i pannelli a terra appoggiati contro i muri, le casse servite ai trasporti erano già state tolte, si preparavano delle strutture inchiodando grossi listelli, c’era un odore come di segatura e tutto intorno risuonavano colpi di martello. Mio padre, il Mario, aveva 39 anni e dirigeva l’allestimento della mostra. Si muoveva a larghi passi con ancora addosso la magrezza della galera titina e portava degli scalcagnati sandali di cuoio anteguerra con dei calzini corti. Io guardavo ad altezza bambino seduto su un secchio rovesciato e lo vedevo sollevare, spostare, capovolgere, trascinare. Ogni tanto scompariva e poi riappariva, si fermava, guardava, poi ripartiva sicuro, veloce, mi sembrava un lupo. E d’altra parte mi aveva portato come il cacciatore porta il figlio a riconoscere le impronte, a seguire le tracce, a fiutare l’aria. È strano, ma i miei ricordi sono in bianco e nero, come Milano era in bianco e nero, la nostra casa in viale Abruzzi era in bianco e nero, come Guernica , e le grandi immagini di La Guerra e la Pace e del Massacro in Corea . «Che cosa credete che sia un artista? Un imbecille che ha solo gli occhi se è pittore […]» * Ma qui dobbiamo fare un passo indietro. Siamo a Roma tra l’aprile e il maggio del 1953, e si sta organizzando una grande rassegna che mostrerà a un’Italia, ancora povera e arretrata, uno dei più dirompenti fenomeni culturali, politici, estetici e mercantili del ’900: Pablo Picasso. Si muovono le istituzioni, il mondo accademico, il Governo, il Comune, la Galleria d’Arte Modena con la sua direttrice Palma Bucarelli, la Democrazia cristiana, obtorto collo, il Partito comunista con il senatore Eugenio Reale, Antonio Del Guercio, Renato Guttuso e la coralità dei suoi intellettuali, a dispetto della diffidenza, se non dell’ostilità, del “Migliore”, Palmiro Togliatti. E poi critici e storici di fama: Lionello Venturi, Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan. Ma in mezzo a tutta questa ufficialità, il Partito comunista ha un suo campione. Si tratta di Mario De Micheli, il giovane critico d’arte dell’Unità di Milano. È un intellettuale un po’ anomalo, il Mario, è lontano dal mondo accademico e dalle dinamiche dell’ufficialità, ma ha un formidabile primato che gli permette di stare a buon diritto nel comitato organizzatore della mostra: ha pubblicato il Italia, sfidando la censura fascista, il primo libro su Picasso. E il Partito lo sa! A Pablo Picasso esce per le edizioni del GUF di Bologna nel 1941. Vi sono riprodotte le foto che Dora Maar aveva fatto agli studi per Guernica , la traduzione di un poemetto di Eluard e la prefazione del Mario. I fascisti non si accorgono dei contenuti eversivi del testo e i volumetti vanno a ruba. La seconda edizione, però, cade sotto l’occhio più attento di un censore in camicia nera che legge: «[…] Picasso incoraggia la nostra riscossa; dopo di lui non possiamo più riposare su una pace cromatica dei colori. Sappiamo che c’è un’altra cosa da fare». È un invito neppur troppo velato alla lotta armata. La seconda edizione viene sequestrata. «[…] le orecchie se è musicista, e una lira a tutti i piani del cuore se è poeta […]» Le mire di Eugène de Rastignac: «E adesso a noi due, Roma!» non sono certo quelle che muovono il giovane critico arrivato da Milano. No, è un tipo duro e limpido il Mario, viene dalla lotta clandestina, ha conosciuto il carcere fascista e poi quello dell’U.D.B, la polizia politica di Tito. No, il Mario è a Roma perché porta nel cuore il «Sogno dell’Europa». L’Europa della libertà, della pace e della cultura. Il sogno che ha condiviso con tanti giovani della sua generazione e che, forse, lì, a Roma, si sta materializzando. E il Partito lo sa! In una lettera dell’8 maggio 1953 Giancarlo Pajetta, da via delle Botteghe Oscure, scrive a Davide Lajolo, allora direttore dell’Unità di Milano: «Caro Ulisse, come hai visto, la mostra di Picasso si è inaugurata con buon successo: successo dovuto anche alla collaborazione del tuo critico d’arte, Mario De Micheli […] De Micheli ha ben lavorato qui a Roma per la mostra, e per questo ci è ancora necessario per il periodo che ti ho detto. Sono sicuro quindi che la collaborazione che ancora vi chiediamo non sarà pregiudizievole ai suoi rapporti con l’Unità di Milano al suo ritorno che immancabilmente avrà luogo a fine giugno. […]».** In un articolo di Nello Forti Grazzini pubblicato su l'Unità del 17 gennaio 1994 sotto il titolo «Un grande futuro dietro le spalle», De Micheli racconta della mostra romana: «[...] Quella mostra, una mattina, fu visitata da Togliatti, il quale, per via della sua formazione, non capiva Picasso. Io lo guidai lungo il percorso espositivo, infervorandomi, cercando di fargli capire la grandezza del pittore. Lui ascoltava e non diceva niente, ma alla fine mi chiese di scrivergli un articolo su Picasso per Rinascita, purché però gliene scrivessi, per contrappeso, anche un altro, su una mostra di Antonello da Messina allora aperta in Sicilia. Il primo articolo uscì, col titolo Il più grande pittore dei nostri tempi , e io mi stupii. Chi ha voluto quel titolo? Ma come, mi dissero, l'ha voluto Togliatti...». Dunque, come annunciato da Pajetta, il Mario alla fine di giugno del 1953 tornò a Milano dove già si lavorava alla seconda tappa della grande rassegna. Ma nel capoluogo lombardo si preparava anche un evento destinato a rimanere gemma preziosa nella storia della cultura italiana del dopoguerra: la possibilità di esporre Guernica . Alla realizzazione di questo sogno collaborò, oltre a De Micheli, il meglio della cultura democratica milanese: Fernanda Wittgens, soprintendente alle Gallerie della Lombardia, Gian Alberto Dell’Acqua, Franco Russoli, Raffaele De Grada Raffaellino, per noi in famiglia il pittore Attilio Rossi, che era anche amico personale di Picasso. E furono proprio il prestigio, l’affidabilità e l’alto profilo culturale di questo gruppo che convinsero il grande Pablo ad accordare il prestito. E fu ancora con coraggio e determinazione, nell’autorevolezza della sua alta carica istituzionale, che Fernanda Wittgens pretese, nell’entusiasmo di pittori, scultori, poeti, «quelli del Piccolo» e vecchi amici di Corrente, che assieme a La Guerra e la Pace e a Guernica , a Palazzo Reale ci fosse anche il Massacro in Corea che invece a Roma era stato censurato. «[…] oppure, se è un pugile, solamente dei muscoli? Al contrario, egli è allo stesso tempo un uomo politico, costantemente sveglio davanti ai laceranti, ardenti o dolci avvenimenti del mondo.» Io non ricordo quanto tempo rimasi quella mattina, ma ci fu una pausa e il papà mi portò a mangiare in una trattoria di via Fiori Chiari con Ibrahim Kodra, poi l’allestimento andò avanti per tutto il pomeriggio. Io un po’ mi annoiavo e quindi dopo aver circumnavigato le sale con tutti quei dipinti a terra, tornai al mio secchio rovesciato e l’avevo proprio davanti cominciai a circumnavigare anche Guernica. Non che non avessi mai visto quell’immagine, non l’avevo mai vista dal vero. E non che non sapessi che cosa è un bombardamento, la mamma me ne aveva parlato perché, a Parma, i miei nonni materni, erano morti sotto le bombe inglesi e quella storia mi faceva paura. Il dipinto invece mi piaceva un sacco, beh, io ero un bambino un po’ particolare e il mio rapporto con le immagini non era certo quello della maggior parte dei miei coetanei. A casa, una parete della stanza da letto dei genitori era interamente occupata da un murale cubista di Morlotti un uomo e una donna nudi che abbracciano un neonato e ogni due settimane arrivava Il Pioniere , il giornalino per i bambini diretto da Gianni Rodari, dove trovavo le avventure di Chiodino, un piccolo eroe di ferro anche lui un po’ cubista, disegnate da Vinicio Berti, il padre dell’astrattismo fiorentino. Dunque, un profilo con due occhi, nasi all’incontrario, figure puntute e scomposte non mi facevano nessuna impressione. Però ero un bambino preciso e attento ai particolari. Mi piaceva l’oca a sinistra, era l’oca della canzoncina che a casa cantavamo in coro? Gh’era un oc, un uchin e n’ ucheta, che andavan a bev alla curt del Re… Mi piaceva la figura di destra che sprofonda tra le fauci di quello che mi pareva essere un drago e avevo notato che i suoi denti erano uguali alle fiamme dell’incendio e persino alla luce della lampada. Chissà se anche i nonni avevano visto quelle stesse fiamme, quei denti che azzannano, feriscono e lacerano. Ma poi, perché c’era il lume a petrolio se c’era la corrente elettrica? Forse con le bombe era andata via la luce? Le bombe io le conoscevo, in classe c’erano due manifesti, in uno si vedeva un bambino mutilato e la scritta NON TOCCARE C’È LA MORTE. Nell’altro, un’esposizione di ordigni di tutti i tipi allineati in bell’ordine, e io avevo imparato a distinguere le granate inglesi che sembravano ananas da quelle tedesche con l’impugnatura di legno, le bombe a mano lisce e tonde, quelle quadrate che mi sembravano scatolette di tonno, quelle larghe e piatte come torte. Mi piaceva la mano che stringe il coltello, anche se avrei preferito che la lama non fosse stata rotta. Mi piaceva il cavallo. Forse era il cavallo della poesia che ci aveva letto il papà: Oh cavallo cavallo che non bevesti l’acqua […] Cavallo dell’alba...* * e mia sorella Anna pensava che il cavallo fosse dell’Alba Dabbundo, la nostra pediatra, che, a Milano, era anche famosa perché curava gratuitamente tutti i pittori squattrinati. No, che la testa del cavallo fosse una citazione da Il trionfo della morte di Palermo l’ho scoperto da grande, così come il significato simbolico del pugno stretto sul pugnale spezzato. Di mani in Guernica ce ne sono 11 e, allora, mi colpì molto il fatto che, malgrado tutte quelle deformazioni, il numero delle dita delle mani e anche dei piedi fosse giusto, cinque per arto unica eccezione i piedini del neonato in braccio alla disperazione della madre. Le contai diligentemente: 65 dita tra mani e piedi… senza contare i piedini del neonato. Lo dissi al Mario che per un attimo parve incuriosito dalla mia scoperta, e io ne fui contento perché ero sicuro che lui non ci aveva pensato. Uscimmo che era già sera, le giornate si erano accorciate, tagliammo per i Giardini pubblici, imboccammo il corso Buenos Aires e tornammo a casa. * Scritto di Picasso, tratto da «David, Delacroix, Courbet, Cézanne, Van Gogh: Le poetiche. Antologia degli scritti», Mario De Micheli, Feltrinelli 1978. ** Cfr. «Le parole e le cose», Quaderni di Arte a Trezzo.

Pubblico questo intervento dell’amico De Micheli

per una mostra dedicata alla Guernica di

Picasso, e dunque contro la guerra e i suoi

orrori, perchè mi è molto piaciuto per come è

scritto e per la vicenda che racconta… (G.S.)

La copertina del catalogo della

mostra dedicata a Guernica dal

MAN_Museo d’arte Provincia di

Nuoro.

__________________________________

Voluta e curata da Chiara Gatti,

che del Museo è Direttore artistico,

e da Michele Tavola, l’iniziativa

segnala una doppia ricorrenza.

«Settant'anni fa - era il 1953 - la

storica esposizione di Milano

vide la monumentale tela di

Guernica tornare dall'America per

essere esposta nella sala

bombardata delle Cariatidi di

Palazzo Reale; un luogo ferito dalla

guerra che, per la sua natura

sventrata e offesa, convinse il

maestro a richiamarla in Europa e

a farne un manifesto d'accusa

contro ogni conflitto e violenza

subita.

Fu l'unica volta che l'Italia poté

celebrarne la presenza, prima

che il capolavoro s'imbarcasse per

un tour in giro per il mondo

e riapprodasse poi definitivamente

a Madrid, dove ancora oggi è

custodita nelle sale algide del

Museo Nacional Centro de Arte

Reina Sofia.

La seconda ricorrenza aderisce,

invece, alla storia stessa

del MAN che nel 2003, agli albori

della sua vita, ospitò il ciclo

completo della Suite Vollard,

celeberrima serie di incisioni che

Picasso realizzò negli anni trenta e

stampata poi dal suo mercante

Ambroise Vollard e che, fra soggetti

classici, modelle, muse, grazie,

baccanti e saltimbanchi,

contempla - non a caso - figure

di minotauri e cavalli, legati in

sottotraccia ai coevi e struggenti

motivi di Guernica.

Due ragioni importanti animano

un progetto inedito che, questa

volta, intreccia la genesi del dipinto

alla presenza di Dora Maar,

l'amante più famosa del temibile

Pablo, la «mujer que llora», la

«donna che piange», sedotta e

tradita, e che dietro l' obiettivo

registrò, per settimane ininterrotte

di lavoro e passione, la creazione

del gigante bianco e nero; tassello

su tassello, urla su urla…»

(Dal testo di Chiara Gatti in

catalogo)