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| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |

26/11/2020

IL MONUMENTO AI

MINATORI DI VITTORIO

BASAGLIA

di Gioxe De Micheli

Il Pozzo Camorra esplose la mattina del 4 maggio 1954. In quella miniera di lignite proprietà dei “nababbi del sottosuolo", come li definì Carlo Cassola morirono 43 minatori. Quanti modi per piangere a Ribolla, scriverà Luciano Bianciardi raccontando il dolore della “sposa meridionale” accanto al dolore della “vecchia maremmana”. La mattina del 7 maggio, cinquantamila persone presero parte ai funerali. Dal palco, Giuseppe Di Vittorio parlò di chi “accumula la propria ricchezza sullo sfruttamento delle altrui fatiche” e concluse poi il suo discorso con un giuramento: “Giuriamo che il vostro sacrificio non sarà dimenticato, che sarete elevati a simbolo di riscossa, di redenzione sociale e umana di tutti i lavoratori”. Bellissime, forti parole del grande sindacalista; certo se le ascoltassero oggi i raccoglitori di pomodori di Villa Literno, o il popolo dei Rider, o tutte le categorie dei nuovi sfruttati, dovrebbero constatare che quel giuramento non è stato onorato, almeno non come sognava Di Vittorio. Nondimeno, a partire da quel 7 maggio del 1954, sono stati in molti a non voler dimenticare quella promessa. Primo fra tutti un gruppo di cittadini che nel 1979, proprio nei luoghi e nei paesi che avevano vissuto quel dramma, si strinse attorno all’impegno del dirigente politico ed ex minatore montemassino Mendes Masotti e al fervore creativo dell’artista veneziano Vittorio Basaglia, dando vita al Comitato promotore per il monumento al minatore italiano. Una comunità e un artista dotato di una straordinaria capacità: far partecipi altri, artisti e non, alle sue invenzioni, al suo immaginario, alla sua ansia creativa. Un talento davvero particolare, questo, di Vittorio Basaglia; come quando, a Montemassi, coinvolse me e Marco Seveso, circondati da numerosi amici che ci sostenevano con entusiasmo, alla realizzazione di un grande pannello per una Festa dell’Unità. E fu davvero una festa, con Vittorio che ci caricò tutti sul cavallo di Guidoriccio e ci portò in volo sopra i campi, gli uliveti, la macchia, i magici ruderi di Sassoforte. Uno spettatore che non ci voleva bene, guardando il famoso condottiero che stavamo dipingendo, esclamò: “Ecco, questi fanno diventare comunisti anche i medievali!” e di rimando un vecchio compagno gli rispose: “Meglio di voi che vorreste far diventare medievali i moderni!”. È in questo clima e nello slancio ideale di una Comunità e del “suo” artista che, a mio avviso, è nato il progetto per il monumento dedicato ai minatori. Molto importante fu la frequentazione e l’amicizia con Mendes Masotti e con l’entità stessa del paese di Montemassi, la sua storia, Simone Martini, i suoi abitanti, le sue case; in una di queste, bellissima, ai piedi del castello, Vittorio ha vissuto per tanti anni con la moglie Vittoria e la figlia Federica. Qui, nel centro dell’antico borgo, realizzò una grande statua in lamiera saldata dedicata alla Pace, aprì una stamperia d’arte ricordo un’appassionata serigrafia di Marco Seveso, realizzata sull’onda emozionale dell’eccidio di Sabra e Chatila organizzò incontri e dibattiti, affrescò l’osteria di Leo e Fosco. Certo Basaglia non era un artista “neutrale”. Ecco cosa diceva mio padre, Mario De Micheli, recensendo una sua mostra del 1967 alla Galleria delle ore di Milano: “Le immagini di Basaglia sono l’espressione di un’adesione senza riserve alla condizione dell’uomo, ai suoi fervori, alle sue contraddizioni, alle sue ossessioni. È in questo senso che, appunto, ogni sua immagine diventa decifrabile, trova il suo specifico riferimento, anche se poi la fantasia figurativa vi ha frugato dentro sino a sconvolgerla e ad esaltarla nel colore e nella torsione delle forme. Una pittura lirica e ansiosa vorrei chiamare questa pittura. È questo il modo, infatti, con cui egli ci parla della realtà: un modo non pacificato, ma vivo, aperto, preoccupato, carico di ardore”. Dunque Vittorio, a partire dal 1980, comincia a lavorare al progetto del monumento , è di quell’anno un suo disegno, forse eseguito dal vero, di due minatori al lavoro; e da quell’anno comincia a documentarsi scrupolosamente, come mi racconta Stefano Perocco che è stato un suo fondamentale collaboratore nella realizzazione del monumento. Visita il Museo della miniera di Massa Marittima, le strutture dismesse dei pozzi di Ribolla, la miniera di Gavorrano; ma soprattutto ascolta, raccoglie e introietta i racconti e le testimonianze dei minatori. Teniamo conto che allora molte miniere erano ancora in funzione, Gavorrano, appunto, ma anche Niccioleta, Boccheggiano, e che l’economia locale era ancora legata in buona parte alle miniere. Ricordo bene, in quegli anni, il pullman che a Sassofortino “scaricava” i minatori di ritorno dai turni di lavoro, le cosiddette ”gite”, con le loro panierine di cartone marrone. Mi ricordo il mio amico Benito, minatore, figlio di minatore scampato al Camorra e i suoi racconti sull’uso del martello pneumatico all’avanzamento, e di Aronne, il babbo del mio amico Mario, licenziato dalla miniera perché socialista, del mio amico Fabrizio quando raccontava del padre licenziato dalla Montecatini perché sindacalista, mi ricordo di quando il mio amico Tauro, infermiere a Niccioleta, un giorno, con la miniera chiusa, mi portò davanti all’imbocco del pozzo. Un buco nero da cui spirava un rabbrividente fiato gelido. Da subito il lavoro di Vittorio si focalizza su cinque temi, che a mio avviso vanno a inscriversi in due tempi diversi, prima e dopo il Pozzo Camorra. Nel primo, un gruppo di sculture che intitolerei: Il minatore-contadino ; Il minatore, il cinghiale, la Maremma ; ll minatore, la miniera . Nel secondo: Il minatore, il soccorso ; I minatori e il compagno ferito . Non è confermato con sicurezza, ma si può presumere che Basaglia abbia cominciato a modellare nella primavera del 1982, e per farlo sceglie di lavorare accanto alla fonderia che si occuperà delle fusioni in bronzo. Si tratta della Fonderia Venturi che si trova a Cedriano, un paesino in provincia di Bologna, specializzata nella realizzazione di opere d’arte e dove hanno già lavorato importanti artisti come Valeriano Trubbiani e Nello Finotti, e che, inoltre, sta sperimentando tecniche di fusione all’avanguardia. Dunque la direzione della Venturi mette a disposizione uno spazio dove Basaglia allestisce lo studio. Qui lavora a lungo e a più riprese. Stefano Perocco gli è accanto e lo aiuta occupandosi, in primo luogo, della realizzazione delle armature di legno e fil di ferro, strutture sulle quali Vittorio inizia a modellare in creta le varie “stazioni”. Otto sono i minatori ammazzati a Gessolungo Ora piangono i signori e gli portano dei fiori Mi piace pensare che le parole di questa canzone scritta dal nostro comune amico Michele Straniero siano potute tornare alla mente di Vittorio mentre lavorava. Modellare in creta otto figure a grandezza naturale, credetemi, non è cosa da poco, richiede uno straordinario impegno creativo, naturalmente, ma anche fisico. Insomma, è un lavoro durissimo e averlo fatto con la superba qualità del risultato ottenuto non può che destare grande ammirazione. Stefano lo aiuta e lo incoraggia. All’inizio del 1983 le sculture in creta sono finite, ma si può dire che Vittorio è solo a metà dell’opera. Sì, perché a questo punto bisogna trasformare le sculture in creta in sculture in cera, dando così il via a quel processo che porterà a gettarle in bronzo. Un procedimento antico e bellissimo che viene chiamato “cera persa”. Per fare questo si procede alla preparazione dei calchi in gesso, che vengono realizzati da specialisti della fonderia stessa. È un’operazione delicata, complessa e non priva di qualche rischio, un errore può danneggiare, anche seriamente, il lavoro fatto. Una volta realizzati i calchi in gesso, si cola al loro interno la cera. Ecco, la trasformazione è avvenuta. Per Vittorio è arrivato il momento di rimettersi nuovamente al lavoro. Questa è una fase dove si può tranquillamente intervenire su eventuali “pentimenti”, si possono affinare particolari, eliminare imperfezioni, ritoccare. La cera permette agevolmente tutto questo, ed è, per certi aspetti, un lavoro meno duro del modellare la creta, ma lo scultore ha, adesso, la consapevolezza che, avvicinandosi al risultato finale, “indietro non si torna”. Così, le sculture passano nuovamente in mano alla fonderia, e a questo punto, come descritto nel sito della Venturi, che è ancora vivacemente operante: “Sulla forma in cera viene effettuato un rivestimento ceramico finissimo […]. La cera rivestita viene messa in un forno ad alta temperatura in cui il refrattario si cuoce in breve tempo e la cera volatilizza completamente (cera persa). Si ottiene così un negativo in materiale refrattario, e nella cavità lasciata libera dalla cera viene colato il bronzo fuso”. È il momento cruciale, decisivo, penso alla tensione, all’emozione di Vittorio! Quattro secoli prima Benvenuto Cellini aveva raccontato nella sua autobiografia l’emozione di un simile momento: …di modo che, veduto ognuno che ’I mio bronzo s’era benissimo fatto liquido e che la mia forma si empieva, tutti animosamente e lieti mi aiutavano e ubbidivano; e io or qua e or comandavo, aiutavo e dicevo: “Oh Dio, che con le tue immense virtù risuscitasti da e’ morti, e glorioso te ne salisti al cielo!”, di modo che in un tratto e s’empiè la mia forma: per la qual cosa io m’inginochiai e con tutto ’I cuore ne ringraziai Iddio… Ora io non so se Vittorio abbia ringraziato l’Altissimo , sicuramente avrà ringraziato Stefano, gli uomini della fonderia e soprattutto Mendes Masotti e i compagni del Comitato promotore per il monumento al minatore italiano. È fatta, quando il bronzo si raffredda e solidifica si spacca il refrattario e la scultura, di colpo, “sboccia”. Poi, dopo la rimozione delle cosiddette colate di fusione, che sono praticamente come dei canaletti da dove è passato il bronzo fuso, un artigiano specializzato si occupa della patinatura del metallo. Le sculture sono finite. Le sculture sono finite e sono lì, pronte per essere imbragate e caricate sui camion che le porteranno alla loro destinazione finale. Ma prima di partire concediamoci di guardarle ancora ricoverate nel magazzino. Una selva di teste, gambe, braccia, mani: l’impatto è forte! A guardarle così, tutte assieme, si percepisce il gigantesco lavoro fatto, l’amore contenuto in quel lavoro, si intuiscono i padri nobili di quel lavoro. Il cubismo, l’espressionismo, i realisti italiani del primo dopoguerra ma anche una certa scabra scultura prerinascimentale, tutte cose che si sentono far parte della cultura figurativa di Basaglia, ma tutto questo è preso, filtrato e manipolato dalla sua personalità, dalle sue invenzioni, dalla sua ricerca libera e autonoma. Marino Marini sarebbe stato orgoglioso di questo suo allievo! Alla fine, quest’opera travalica persino i motivi stessi delle sue ragioni. Mio padre Mario ci avrebbe parlato della differenza fra Tema e Soggetto. Il soggetto: I minatori di Ribolla; il Tema: l’Uomo, la vita e la morte. Bene, saliamo sul camion e partiamo. È la primavera del 1984 e a Ribolla sono già pronte le opere murarie, ovvero il palcoscenico dove le sculture troveranno la loro definitiva collocazione. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con un’architetta francese, madre di un allievo di Vittorio all’Accademia di Belle Arti di Venezia. La messa a dimora delle opere è quasi una festa, ci sono gli amici che collaborano, la gente di Ribolla che guarda, commenta, ci sono i bambini che giocano, gente con secchi da muratore e cazzuole. Vittorio sorride, è felice. Ha ragione a esserlo. La domenica del 6 maggio del 1984, il monumento viene inaugurato ufficialmente. C’è il gonfalone della Provincia di Grosseto, quello del Comune di Roccastrada, ci sono le autorità. L’oratore ufficiale è Rinaldo Scheda, della segreteria nazionale della CGIL. A seguire si presenta il libro di Maria Palazzesi: Ribolla: Storia di un villaggio minerario , e si proietta il documentario di Piero Mechini: L’etrusco scava ancora . Trentasei anni dopo quella inaugurazione, sono tornato a visitare il monumento. Monumento che conosco da sempre e nei minimi particolari, ma come a volte succede alle cose che senti tue, quasi non ci fai più caso, sono lì, ti aspettano e tu sai di poter contare su di loro. Questa estate, però, richiamato anche dal restauro delle parti in muratura propiziato dall’Auser di Ribolla e dall’amministrazione comunale, ho voluto ripercorrere quelle cinque “stazioni” indagandone a fondo il pathos, il significato, la qualità. L’ho fatto perché in cuor mio ho sentito la necessità di riprendere un discorso interrotto e per onorare un’opera ancora troppo poco conosciuta. Ecco anche la ragione di queste mie parole, di queste mie considerazioni. Il minatore-contadino È una figura isolata quasi avvitata su se stessa in un’espressiva deformazione plastica dove il torso ruota sul bacino come per dare forza al colpo di piccone. Qui ho la sensazione che Vittorio abbia pensato a una metamorfosi dove il piccone del minatore diventa o è ancora la zappa nelle mani del contadino, mani che, da espressivamente realiste, mutano subito verso l’alto cercando un’altra forma, un’altra dimensione come a inseguire lo slancio di una “colonna infinita”. Il minatore, il cinghiale, la Maremma Chi conosce bene queste terre sa come il “sentimento” della caccia sia straordinariamente scolpito nel DNA dei suoi abitanti, e, certo, Vittorio non avrebbe potuto ignorarlo. Il minatore, il suo fucile, il cinghiale, anzi il “cignale” inseguito dalla bracca. In questa “stazione” il cacciatore, in attesa alla sua “posta” è avvolto in una sorta di tabarro, il volto è appena poggiato sulla lunga canna del fucile che serra tra le mani. La testa e le mani sono modellate con morbidezza, direi con affettuosa commozione, rispetto alla spigolosità cubista e secca del panneggio, questo quasi a voler giustificare il lirismo plastico delle mani e del volto. Una contraddizione di una coerenza meravigliosa. E d’altra parte, come diceva Paolo Veronese: Noi altri pittori ci prendiamo licenze che si prendono i poeti e i matti” . Il cinghiale e la bracca. Qui, naturalmente per motivo di sintesi, Vittorio riduce la canizza a un solo cane: Tobia, il piccolo levriero di casa (Tobia che era già stato immortalato nel “nostro” grande pannello per la Festa dell’Unità). Bellissimo il segugio che assalta la groppa del cinghiale. Più che un combattimento, l’“idea” di un combattimento in un curioso realismo metafisico, dove si avverte il piacere del modellare, e dei colpi di sgorbia e di spatola, un trionfo di maestria e potenza espressiva. È così che, alla fine, tutto il gruppo diventa una vera dichiarazione d’amore alla Maremma, alle sue macchie vernine, al sughero, al mirto, alla sua gente. Il minatore, la miniera Il minatore spinge il carrello verso la bocca del pozzo. Il carrello è un vero carrello di miniera che Vittorio e Stefano hanno recuperato a Gavorrano. L’immagine è di grande impatto anche scenografico, con il lungo tratto di rotaie che scendono nel cunicolo e con il rosso rugginoso del carrello a contrasto con il bruno scuro del bronzo. L’uomo non indossa ancora il casco e il volto è quello di un giovane dalle guance scavate. Anche qui, come nel minatore-cacciatore, la testa è modellata con affettuosa armonia, i tratti sono distesi, quasi sereni e solo gli occhi sono velati come di malinconia. Il minatore scende nel pozzo, va verso il suo destino, mentre il vento rovente che risale dai cunicoli agita e scompiglia la sua camicia. Il minatore, il soccorso Il Camorra esplose alle 8 e 30 e sin da subito i minatori saliti dagli altri pozzi organizzarono i primi soccorsi disobbedendo alle direttive della Montecatini che aspettò sino alle dieci per dare il permesso di sospendere il lavoro. Una squadra di volontari che eroicamente sperava di poter raggiungere il Camorra si calò nel pozzo Raffo: “Con non poca incoscienza,” scriverà Bianciardi. Non avevano autorespiratori o altre protezioni, quelle arrivarono solo nel pomeriggio con i soccorsi organizzati dalla Montecatini. Ecco, in questa “stazione”, Basaglia ha raccontato quell’“incoscienza”. La sublime incoscienza dello slancio generoso, non per sprezzo del pericolo, al contrario, per sola umana solidarietà verso i compagni. È straordinario come l’artista, senza ombra di retorica, abbia sintetizzato tutto questo. Il soccorritore, in ginocchio e più in alto, afferra il polso del compagno accasciato a terra, la testa, chiusa ancora nel casco, è reclinata sulla spalla. È un uomo provato, sfinito dal calore insopportabile e dall’aria irrespirabile, che sembra aver rinunciato a lottare. Ma il suo compagno non lo lascia e la stretta della sua mano è forte, non lo lascia, lo porta su, non lo lascia. Ecco, la scultura contiene il dramma ma Basaglia ce lo racconta dilavato dal sangue e dall’orrore, e lo consegna alla nostra coscienza attraverso il linguaggio universale dei sentimenti e della trasfigurazione poetica. I minatori e il compagno ferito La quinta “stazione” è una vera e propria deposizione laica. I soccorritori portano fuori dal pozzo il minatore. È ferito, ma con le braccia cinge i compagni come in un commovente abbraccio di vita. C’è in questa scultura una partecipazione dell’autore così intensa, un pathos così sincero e convincente da avvicinarla a buon diritto alle Pietà dei più grandi autori. Il gruppo è scolpito nell’eternità del bronzo in una composizione che si potrebbe definire classica se non fosse, a mio parere, contaminata da un’eco della Deposizione di Caravaggio. Ecco dunque che ancora si fa sentire la vocazione realista di Basaglia, ma in contrappunto, particolarmente in questa scultura, l’artista non fa mistero dei suoi diversi amori, dei “giganti” che ha scalato: da Boccioni, a Picasso, a Moore. Prende quel che gli serve senza timori o soggezioni e lo fa diventare poetica sua in nome dell’arte e della libertà creativa. Ecco allora che nei volti dei soccorritori non ci sono più bocche, occhi, nasi sono stati portati via dalle polveri, dai gas, dal calore infernale. Allora quei volti si “pietrificano”, diventano maschere metafisiche di sofferenza e di pen a. Il monumento al minatore è stato una grande sfida vinta e, a ben vedere, per ottenere questo successo, Basaglia, con il suo sguardo limpido sul mondo, ha avuto bisogno solo della punta acuta della sua matita e poi della sensibilità dei suoi polpastrelli nel gesto semplice e antico del manipolare e modellare la creta. Lo ha fatto con un rigore intellettuale esemplare, senza trucchi o infingimenti, vincendo la sua battaglia semplicemente “cercando la vita” e, come avrebbe detto il grande Edoardo, “trovando la forma”. E allora mi chiedo, pur sapendo di vivere in una stagione di grandi rimozioni, politiche, storiche, culturali, perché un’opera così importante non venga adeguatamente valorizzata, perché non sia inserita nelle guide turistiche della Toscana, perché non vi si portino i bambini in gita scolastica, perché non si organizzi un convegno, perché non si stampino e si spediscano cartoline: Io sono qui! Saluti da Ribolla! Sì, perché Ribolla custodisce nel suo cuore un prezioso tesoro: un’opera d’arte di respiro universale, e quando un respiro universale è raccolto in un piccolo spazio, chiuso tra un pugno di case di un ex villaggio minerario, allora questo respiro acquista un valore ancora più profondo, definitivo, perché intessuto di umanissimi sentimenti, di verità, di storia. Un respiro che scaturendo da una dimensione circoscritta e quasi domestica diventa “canto generale”. Ecco, io penso di non sbagliarmi dicendo che in Italia è difficile trovare un’opera pubblica di questo respiro, di questa intensità ed esattezza poetica; forse, con tutte le differenze del fatto e del contesto, solo il grande cancello alle Fosse Ardeatine di Mirko Basaldella, contiene in sé una tale forza emozionale.

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

20 Gioxe De Micheli   Pittore, vive tra Milano, Varzo e Sassofortino (Gr). E’ nato a Milano nel 1947.

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Difatti,

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Gioxe

De

Micheli

mi

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se

ancora

ve

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di

quanto

e

come

il

nostro

Paese

sia

costellato

per

ogni

dove

di

opere

d’arte

e

monumenti

contemporanei

pochissimo

o

per

nulla

conosciuti.

E

quali

opere!

-

mi

viene

da

dire

-

di

fronte

al

gruppo

statuario

di

grande

valore

civile,

poetico

e

formale

inaugurato

da

Vittorio

Basaglia

nel

1984

a

Ribolla,

in

piena Maremma grossetana… Giudicate voi. (G.S.)

Vittorio Basaglia

Nato

a

Venezia

nel

1936,

è

mancato

a

Pinzano

al

Tagliamento

nel

2005.

Pittore,

scultore

e

docente,

prima

all'Accademia

di

belle

arti

di

Urbino

e

poi

di

Venezia,

cugino

dello

psichiatra

Franco

Basaglia,

fu

promotore

a

Trieste

di

un

laboratorio

artistico

collettivo

e

creatore

nel

1973

della

famosa

statua

mobile

"Marco

Cavallo"

come

simbolo

della

fine

dell'isolamento

dei

malati

mentali.

V.Basaglia e altri, "Marco Cavallo", 1973, cartapesta, legno e metallo V.Basaglia, particolari del Monumento ai Minatori di Ribolla (GR) V.Basaglia, particolari del Monumento ai Minatori di Ribolla (GR) V.Basaglia, particolari del Monumento ai Minatori di Ribolla (GR)

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

20 Gioxe De Micheli   Pittore, vive tra Milano, Varzo e Sassofortino (Gr). E’ nato a Milano nel 1947.

26/11/2020

IL MONUMENTO AI

MINATORI DI

VITTORIO

BASAGLIA

di Gioxe De Micheli

Il Pozzo Camorra esplose la mattina del 4 maggio 1954. In quella miniera di lignite proprietà dei “nababbi del sottosuolo", come li definì Carlo Cassola morirono 43 minatori. Quanti modi per piangere a Ribolla, scriverà Luciano Bianciardi raccontando il dolore della “sposa meridionale” accanto al dolore della “vecchia maremmana”. La mattina del 7 maggio, cinquantamila persone presero parte ai funerali. Dal palco, Giuseppe Di Vittorio parlò di chi “accumula la propria ricchezza sullo sfruttamento delle altrui fatiche” e concluse poi il suo discorso con un giuramento: “Giuriamo che il vostro sacrificio non sarà dimenticato, che sarete elevati a simbolo di riscossa, di redenzione sociale e umana di tutti i lavoratori”. Bellissime, forti parole del grande sindacalista; certo se le ascoltassero oggi i raccoglitori di pomodori di Villa Literno, o il popolo dei Rider, o tutte le categorie dei nuovi sfruttati, dovrebbero constatare che quel giuramento non è stato onorato, almeno non come sognava Di Vittorio. Nondimeno, a partire da quel 7 maggio del 1954, sono stati in molti a non voler dimenticare quella promessa. Primo fra tutti un gruppo di cittadini che nel 1979, proprio nei luoghi e nei paesi che avevano vissuto quel dramma, si strinse attorno all’impegno del dirigente politico ed ex minatore montemassino Mendes Masotti e al fervore creativo dell’artista veneziano Vittorio Basaglia, dando vita al Comitato promotore per il monumento al minatore italiano. Una comunità e un artista dotato di una straordinaria capacità: far partecipi altri, artisti e non, alle sue invenzioni, al suo immaginario, alla sua ansia creativa. Un talento davvero particolare, questo, di Vittorio Basaglia; come quando, a Montemassi, coinvolse me e Marco Seveso, circondati da numerosi amici che ci sostenevano con entusiasmo, alla realizzazione di un grande pannello per una Festa dell’Unità. E fu davvero una festa, con Vittorio che ci caricò tutti sul cavallo di Guidoriccio e ci portò in volo sopra i campi, gli uliveti, la macchia, i magici ruderi di Sassoforte. Uno spettatore che non ci voleva bene, guardando il famoso condottiero che stavamo dipingendo, esclamò: “Ecco, questi fanno diventare comunisti anche i medievali!” e di rimando un vecchio compagno gli rispose: “Meglio di voi che vorreste far diventare medievali i moderni!”. È in questo clima e nello slancio ideale di una Comunità e del “suo” artista che, a mio avviso, è nato il progetto per il monumento dedicato ai minatori. Molto importante fu la frequentazione e l’amicizia con Mendes Masotti e con l’entità stessa del paese di Montemassi, la sua storia, Simone Martini, i suoi abitanti, le sue case; in una di queste, bellissima, ai piedi del castello, Vittorio ha vissuto per tanti anni con la moglie Vittoria e la figlia Federica. Qui, nel centro dell’antico borgo, realizzò una grande statua in lamiera saldata dedicata alla Pace, aprì una stamperia d’arte ricordo un’appassionata serigrafia di Marco Seveso, realizzata sull’onda emozionale dell’eccidio di Sabra e Chatila organizzò incontri e dibattiti, affrescò l’osteria di Leo e Fosco. Certo Basaglia non era un artista “neutrale”. Ecco cosa diceva mio padre, Mario De Micheli, recensendo una sua mostra del 1967 alla Galleria delle ore di Milano: “Le immagini di Basaglia sono l’espressione di un’adesione senza riserve alla condizione dell’uomo, ai suoi fervori, alle sue contraddizioni, alle sue ossessioni. È in questo senso che, appunto, ogni sua immagine diventa decifrabile, trova il suo specifico riferimento, anche se poi la fantasia figurativa vi ha frugato dentro sino a sconvolgerla e ad esaltarla nel colore e nella torsione delle forme. Una pittura lirica e ansiosa vorrei chiamare questa pittura. È questo il modo, infatti, con cui egli ci parla della realtà: un modo non pacificato, ma vivo, aperto, preoccupato, carico di ardore”. Dunque Vittorio, a partire dal 1980, comincia a lavorare al progetto del monumento , è di quell’anno un suo disegno, forse eseguito dal vero, di due minatori al lavoro; e da quell’anno comincia a documentarsi scrupolosamente, come mi racconta Stefano Perocco che è stato un suo fondamentale collaboratore nella realizzazione del monumento. Visita il Museo della miniera di Massa Marittima, le strutture dismesse dei pozzi di Ribolla, la miniera di Gavorrano; ma soprattutto ascolta, raccoglie e introietta i racconti e le testimonianze dei minatori. Teniamo conto che allora molte miniere erano ancora in funzione, Gavorrano, appunto, ma anche Niccioleta, Boccheggiano, e che l’economia locale era ancora legata in buona parte alle miniere. Ricordo bene, in quegli anni, il pullman che a Sassofortino “scaricava” i minatori di ritorno dai turni di lavoro, le cosiddette ”gite”, con le loro panierine di cartone marrone. Mi ricordo il mio amico Benito, minatore, figlio di minatore scampato al Camorra e i suoi racconti sull’uso del martello pneumatico all’avanzamento, e di Aronne, il babbo del mio amico Mario, licenziato dalla miniera perché socialista, del mio amico Fabrizio quando raccontava del padre licenziato dalla Montecatini perché sindacalista, mi ricordo di quando il mio amico Tauro, infermiere a Niccioleta, un giorno, con la miniera chiusa, mi portò davanti all’imbocco del pozzo. Un buco nero da cui spirava un rabbrividente fiato gelido. Da subito il lavoro di Vittorio si focalizza su cinque temi, che a mio avviso vanno a inscriversi in due tempi diversi, prima e dopo il Pozzo Camorra. Nel primo, un gruppo di sculture che intitolerei: Il minatore-contadino ; Il minatore, il cinghiale, la Maremma ; ll minatore, la miniera . Nel secondo: Il minatore, il soccorso ; I minatori e il compagno ferito . Non è confermato con sicurezza, ma si può presumere che Basaglia abbia cominciato a modellare nella primavera del 1982, e per farlo sceglie di lavorare accanto alla fonderia che si occuperà delle fusioni in bronzo. Si tratta della Fonderia Venturi che si trova a Cedriano, un paesino in provincia di Bologna, specializzata nella realizzazione di opere d’arte e dove hanno già lavorato importanti artisti come Valeriano Trubbiani e Nello Finotti, e che, inoltre, sta sperimentando tecniche di fusione all’avanguardia. Dunque la direzione della Venturi mette a disposizione uno spazio dove Basaglia allestisce lo studio. Qui lavora a lungo e a più riprese. Stefano Perocco gli è accanto e lo aiuta occupandosi, in primo luogo, della realizzazione delle armature di legno e fil di ferro, strutture sulle quali Vittorio inizia a modellare in creta le varie “stazioni”. Otto sono i minatori ammazzati a Gessolungo Ora piangono i signori e gli portano dei fiori Mi piace pensare che le parole di questa canzone scritta dal nostro comune amico Michele Straniero siano potute tornare alla mente di Vittorio mentre lavorava. Modellare in creta otto figure a grandezza naturale, credetemi, non è cosa da poco, richiede uno straordinario impegno creativo, naturalmente, ma anche fisico. Insomma, è un lavoro durissimo e averlo fatto con la superba qualità del risultato ottenuto non può che destare grande ammirazione. Stefano lo aiuta e lo incoraggia. All’inizio del 1983 le sculture in creta sono finite, ma si può dire che Vittorio è solo a metà dell’opera. Sì, perché a questo punto bisogna trasformare le sculture in creta in sculture in cera, dando così il via a quel processo che porterà a gettarle in bronzo. Un procedimento antico e bellissimo che viene chiamato “cera persa”. Per fare questo si procede alla preparazione dei calchi in gesso, che vengono realizzati da specialisti della fonderia stessa. È un’operazione delicata, complessa e non priva di qualche rischio, un errore può danneggiare, anche seriamente, il lavoro fatto. Una volta realizzati i calchi in gesso, si cola al loro interno la cera. Ecco, la trasformazione è avvenuta. Per Vittorio è arrivato il momento di rimettersi nuovamente al lavoro. Questa è una fase dove si può tranquillamente intervenire su eventuali “pentimenti”, si possono affinare particolari, eliminare imperfezioni, ritoccare. La cera permette agevolmente tutto questo, ed è, per certi aspetti, un lavoro meno duro del modellare la creta, ma lo scultore ha, adesso, la consapevolezza che, avvicinandosi al risultato finale, “indietro non si torna”. Così, le sculture passano nuovamente in mano alla fonderia, e a questo punto, come descritto nel sito della Venturi, che è ancora vivacemente operante: “Sulla forma in cera viene effettuato un rivestimento ceramico finissimo […]. La cera rivestita viene messa in un forno ad alta temperatura in cui il refrattario si cuoce in breve tempo e la cera volatilizza completamente (cera persa). Si ottiene così un negativo in materiale refrattario, e nella cavità lasciata libera dalla cera viene colato il bronzo fuso”. È il momento cruciale, decisivo, penso alla tensione, all’emozione di Vittorio! Quattro secoli prima Benvenuto Cellini aveva raccontato nella sua autobiografia l’emozione di un simile momento: …di modo che, veduto ognuno che ’I mio bronzo s’era benissimo fatto liquido e che la mia forma si empieva, tutti animosamente e lieti mi aiutavano e ubbidivano; e io or qua e or comandavo, aiutavo e dicevo: “Oh Dio, che con le tue immense virtù risuscitasti da e’ morti, e glorioso te ne salisti al cielo!”, di modo che in un tratto e s’empiè la mia forma: per la qual cosa io m’inginochiai e con tutto ’I cuore ne ringraziai Iddio… Ora io non so se Vittorio abbia ringraziato l’Altissimo , sicuramente avrà ringraziato Stefano, gli uomini della fonderia e soprattutto Mendes Masotti e i compagni del Comitato promotore per il monumento al minatore italiano. È fatta, quando il bronzo si raffredda e solidifica si spacca il refrattario e la scultura, di colpo, “sboccia”. Poi, dopo la rimozione delle cosiddette colate di fusione, che sono praticamente come dei canaletti da dove è passato il bronzo fuso, un artigiano specializzato si occupa della patinatura del metallo. Le sculture sono finite. Le sculture sono finite e sono lì, pronte per essere imbragate e caricate sui camion che le porteranno alla loro destinazione finale. Ma prima di partire concediamoci di guardarle ancora ricoverate nel magazzino. Una selva di teste, gambe, braccia, mani: l’impatto è forte! A guardarle così, tutte assieme, si percepisce il gigantesco lavoro fatto, l’amore contenuto in quel lavoro, si intuiscono i padri nobili di quel lavoro. Il cubismo, l’espressionismo, i realisti italiani del primo dopoguerra ma anche una certa scabra scultura prerinascimentale, tutte cose che si sentono far parte della cultura figurativa di Basaglia, ma tutto questo è preso, filtrato e manipolato dalla sua personalità, dalle sue invenzioni, dalla sua ricerca libera e autonoma. Marino Marini sarebbe stato orgoglioso di questo suo allievo! Alla fine, quest’opera travalica persino i motivi stessi delle sue ragioni. Mio padre Mario ci avrebbe parlato della differenza fra Tema e Soggetto. Il soggetto: I minatori di Ribolla; il Tema: l’Uomo, la vita e la morte. Bene, saliamo sul camion e partiamo. È la primavera del 1984 e a Ribolla sono già pronte le opere murarie, ovvero il palcoscenico dove le sculture troveranno la loro definitiva collocazione. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con un’architetta francese, madre di un allievo di Vittorio all’Accademia di Belle Arti di Venezia. La messa a dimora delle opere è quasi una festa, ci sono gli amici che collaborano, la gente di Ribolla che guarda, commenta, ci sono i bambini che giocano, gente con secchi da muratore e cazzuole. Vittorio sorride, è felice. Ha ragione a esserlo. La domenica del 6 maggio del 1984, il monumento viene inaugurato ufficialmente. C’è il gonfalone della Provincia di Grosseto, quello del Comune di Roccastrada, ci sono le autorità. L’oratore ufficiale è Rinaldo Scheda, della segreteria nazionale della CGIL. A seguire si presenta il libro di Maria Palazzesi: Ribolla: Storia di un villaggio minerario , e si proietta il documentario di Piero Mechini: L’etrusco scava ancora . Trentasei anni dopo quella inaugurazione, sono tornato a visitare il monumento. Monumento che conosco da sempre e nei minimi particolari, ma come a volte succede alle cose che senti tue, quasi non ci fai più caso, sono lì, ti aspettano e tu sai di poter contare su di loro. Questa estate, però, richiamato anche dal restauro delle parti in muratura propiziato dall’Auser di Ribolla e dall’amministrazione comunale, ho voluto ripercorrere quelle cinque “stazioni” indagandone a fondo il pathos, il significato, la qualità. L’ho fatto perché in cuor mio ho sentito la necessità di riprendere un discorso interrotto e per onorare un’opera ancora troppo poco conosciuta. Ecco anche la ragione di queste mie parole, di queste mie considerazioni. Il minatore-contadino È una figura isolata quasi avvitata su se stessa in un’espressiva deformazione plastica dove il torso ruota sul bacino come per dare forza al colpo di piccone. Qui ho la sensazione che Vittorio abbia pensato a una metamorfosi dove il piccone del minatore diventa o è ancora la zappa nelle mani del contadino, mani che, da espressivamente realiste, mutano subito verso l’alto cercando un’altra forma, un’altra dimensione come a inseguire lo slancio di una “colonna infinita”. Il minatore, il cinghiale, la Maremma Chi conosce bene queste terre sa come il “sentimento” della caccia sia straordinariamente scolpito nel DNA dei suoi abitanti, e, certo, Vittorio non avrebbe potuto ignorarlo. Il minatore, il suo fucile, il cinghiale, anzi il “cignale” inseguito dalla bracca. In questa “stazione” il cacciatore, in attesa alla sua “posta” è avvolto in una sorta di tabarro, il volto è appena poggiato sulla lunga canna del fucile che serra tra le mani. La testa e le mani sono modellate con morbidezza, direi con affettuosa commozione, rispetto alla spigolosità cubista e secca del panneggio, questo quasi a voler giustificare il lirismo plastico delle mani e del volto. Una contraddizione di una coerenza meravigliosa. E d’altra parte, come diceva Paolo Veronese: Noi altri pittori ci prendiamo licenze che si prendono i poeti e i matti” . Il cinghiale e la bracca. Qui, naturalmente per motivo di sintesi, Vittorio riduce la canizza a un solo cane: Tobia, il piccolo levriero di casa (Tobia che era già stato immortalato nel “nostro” grande pannello per la Festa dell’Unità). Bellissimo il segugio che assalta la groppa del cinghiale. Più che un combattimento, l’“idea” di un combattimento in un curioso realismo metafisico, dove si avverte il piacere del modellare, e dei colpi di sgorbia e di spatola, un trionfo di maestria e potenza espressiva. È così che, alla fine, tutto il gruppo diventa una vera dichiarazione d’amore alla Maremma, alle sue macchie vernine, al sughero, al mirto, alla sua gente. Il minatore, la miniera Il minatore spinge il carrello verso la bocca del pozzo. Il carrello è un vero carrello di miniera che Vittorio e Stefano hanno recuperato a Gavorrano. L’immagine è di grande impatto anche scenografico, con il lungo tratto di rotaie che scendono nel cunicolo e con il rosso rugginoso del carrello a contrasto con il bruno scuro del bronzo. L’uomo non indossa ancora il casco e il volto è quello di un giovane dalle guance scavate. Anche qui, come nel minatore-cacciatore, la testa è modellata con affettuosa armonia, i tratti sono distesi, quasi sereni e solo gli occhi sono velati come di malinconia. Il minatore scende nel pozzo, va verso il suo destino, mentre il vento rovente che risale dai cunicoli agita e scompiglia la sua camicia. Il minatore, il soccorso Il Camorra esplose alle 8 e 30 e sin da subito i minatori saliti dagli altri pozzi organizzarono i primi soccorsi disobbedendo alle direttive della Montecatini che aspettò sino alle dieci per dare il permesso di sospendere il lavoro. Una squadra di volontari che eroicamente sperava di poter raggiungere il Camorra si calò nel pozzo Raffo: “Con non poca incoscienza,” scriverà Bianciardi. Non avevano autorespiratori o altre protezioni, quelle arrivarono solo nel pomeriggio con i soccorsi organizzati dalla Montecatini. Ecco, in questa “stazione”, Basaglia ha raccontato quell’“incoscienza”. La sublime incoscienza dello slancio generoso, non per sprezzo del pericolo, al contrario, per sola umana solidarietà verso i compagni. È straordinario come l’artista, senza ombra di retorica, abbia sintetizzato tutto questo. Il soccorritore, in ginocchio e più in alto, afferra il polso del compagno accasciato a terra, la testa, chiusa ancora nel casco, è reclinata sulla spalla. È un uomo provato, sfinito dal calore insopportabile e dall’aria irrespirabile, che sembra aver rinunciato a lottare. Ma il suo compagno non lo lascia e la stretta della sua mano è forte, non lo lascia, lo porta su, non lo lascia. Ecco, la scultura contiene il dramma ma Basaglia ce lo racconta dilavato dal sangue e dall’orrore, e lo consegna alla nostra coscienza attraverso il linguaggio universale dei sentimenti e della trasfigurazione poetica. I minatori e il compagno ferito La quinta “stazione” è una vera e propria deposizione laica. I soccorritori portano fuori dal pozzo il minatore. È ferito, ma con le braccia cinge i compagni come in un commovente abbraccio di vita. C’è in questa scultura una partecipazione dell’autore così intensa, un pathos così sincero e convincente da avvicinarla a buon diritto alle Pietà dei più grandi autori. Il gruppo è scolpito nell’eternità del bronzo in una composizione che si potrebbe definire classica se non fosse, a mio parere, contaminata da un’eco della Deposizione di Caravaggio. Ecco dunque che ancora si fa sentire la vocazione realista di Basaglia, ma in contrappunto, particolarmente in questa scultura, l’artista non fa mistero dei suoi diversi amori, dei “giganti” che ha scalato: da Boccioni, a Picasso, a Moore. Prende quel che gli serve senza timori o soggezioni e lo fa diventare poetica sua in nome dell’arte e della libertà creativa. Ecco allora che nei volti dei soccorritori non ci sono più bocche, occhi, nasi sono stati portati via dalle polveri, dai gas, dal calore infernale. Allora quei volti si “pietrificano”, diventano maschere metafisiche di sofferenza e di pen a. Il monumento al minatore è stato una grande sfida vinta e, a ben vedere, per ottenere questo successo, Basaglia, con il suo sguardo limpido sul mondo, ha avuto bisogno solo della punta acuta della sua matita e poi della sensibilità dei suoi polpastrelli nel gesto semplice e antico del manipolare e modellare la creta. Lo ha fatto con un rigore intellettuale esemplare, senza trucchi o infingimenti, vincendo la sua battaglia semplicemente “cercando la vita” e, come avrebbe detto il grande Edoardo, “trovando la forma”. E allora mi chiedo, pur sapendo di vivere in una stagione di grandi rimozioni, politiche, storiche, culturali, perché un’opera così importante non venga adeguatamente valorizzata, perché non sia inserita nelle guide turistiche della Toscana, perché non vi si portino i bambini in gita scolastica, perché non si organizzi un convegno, perché non si stampino e si spediscano cartoline: Io sono qui! Saluti da Ribolla! Sì, perché Ribolla custodisce nel suo cuore un prezioso tesoro: un’opera d’arte di respiro universale, e quando un respiro universale è raccolto in un piccolo spazio, chiuso tra un pugno di case di un ex villaggio minerario, allora questo respiro acquista un valore ancora più profondo, definitivo, perché intessuto di umanissimi sentimenti, di verità, di storia. Un respiro che scaturendo da una dimensione circoscritta e quasi domestica diventa “canto generale”. Ecco, io penso di non sbagliarmi dicendo che in Italia è difficile trovare un’opera pubblica di questo respiro, di questa intensità ed esattezza poetica; forse, con tutte le differenze del fatto e del contesto, solo il grande cancello alle Fosse Ardeatine di Mirko Basaldella, contiene in una tale forza emozionale.

Con

questa

pagina

esulo

dal

tema,

per

il

buon

motivo

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ne

vale

la

pena.

Difatti,

il

testo

che

l’amico

Gioxe

De

Micheli

mi

ha

fatto

avere

ora,

testimonia

se

ancora

ve

ne

fosse

bisogno

di

quanto

e

come

il

nostro

sia

Paese

sia

costellato

per

ogni

dove

di

opere

d’arte

e

monumenti

contemporanei

pochissimo

o

per

nulla

conosciuti.

E

quali

opere!

-

mi viene da dire… Giudicate voi. (G.S.)