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| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |

UN MEA CULPA?

Nel campo delle arti figurative il termine artista è da

sempre assai inflazionato

Giorgio Seveso pone alcuni interrogativi sull’attuale situazione artistica italiana e sulle sue contraddizioni. Il quesito più importante da risolvere è: cosa occorre cambiare. Prima di ipotizzare qualche risposta o tentare una definizione della parola Arte, è bene precisare che l’arte e il mercato non procedono parallelamente perché hanno intenzionalità e percorsi differenti. Scrive Panza di Biumo, collezionista di fama mondiale scomparso nel 2010: “Non si può creare una buona collezione di arte contemporanea con l’idea di investimento. Anche perché questo tipo di arte è soggetto più di altre alle fluttuazioni e alle mode. È un’arte proiettata al futuro. E per capirla bisogna abbandonare i vecchi schemi”. Se qualcuno oggi avesse percezioni positive sul cammino dell’arte e dei suoi valori, mi riempirebbe di perplessità. Per quanto mi riguarda, penso che se anche la Storia dell’arte fosse riscritta, sarebbero altri, favoriti dalla sorte, a trarne sollievo, visto che ho atteso fino al 2016 per essere annoverato tra i primi artisti Pop italiani, grazie alla mostra “Italia Pop” tenutasi a Parma in quell’anno. Andando a ritroso col tempo, non bisogna dimenticare chi, nell’ottobre del 1968, stampava in casa col ciclostile la rivista Nac (“Notiziario di arte contemporanea”), nata per volontà di Francesco Vincitorio, amato da tutti negli anni ’70 e totalmente dimenticato oggi, che rifiutava ogni pubblicità e qualsiasi possibile condizionamento economico. Quell’impareggiabile direttore, sconosciuto oggi da taluni superpagati critici d’arte, decise di promuovere un progetto di divulgazione della cultura artistica. Aderii alle sue iniziative, portando ai meeting che Vincitorio organizzava il sabato pomeriggio alcuni miei vivaci studenti di un liceo scientifico milanese (che mi ringraziarono perché appresero così dell’esistenza di Fontana e Burri, importanti autori le cui opere erano già esposte nel musei di tutto il mondo). Pubblicai sulla rivista Nac uno scritto, sostenendo che per risolvere questi problemi di comprensione dell’arte bisognava partire dall’educazione artistica dei bambini dell’asilo. In realtà ho scoperto da poco che questa idea di educare i bambini attraverso l’arte risale addirittura a Platone, come ha scritto Argan nella prefazione a “Educare con l’arte” scritto da Herbert Read nel 1954. Dopo l’arte moderna, nata attorno agli anni 1860 e che possiamo far arrivare fino al 1970, si colloca l’arte contemporanea, definita anche arte postmoderna. Credo che la catalogazione di un periodo storico o di un movimento artistico dal punto di vista temporale sia piuttosto limitante, perché l’arte è stata sempre in divenire e, più che gli stili o i gruppi, contano le personalità creative ed autonome, che magari ai loro tempi sono andate controcorrente. In questi ultimi anni Il mercato dell'arte, fondato da sempre sul lungo termine, ha incrociato quello della finanza fondato sul brevissimo termine, al punto da fondersi con esso. Alla luce di ciò è stato prorompente l’apporto di un sciame di impostori e giocolieri, che tuttora imperversano nel mercato dell’arte, coadiuvati dall’editoria compiacente, dai collezionisti, dalle gallerie d’arte e dalle banche, che hanno in mano le subdole redini della negoziazione, proponendo presunti artisti di arte contemporanea a prezzi salati. Si pensi al clamoroso “Orinatoio” di Duchamp del 1917, alla “Merda d’artista” di Manzoni degli anni ’60, al laboratorio di serialità di Warhol o ai tagli infiniti di Fontana, commercializzati in seguito con multipli e repliche vendute a peso d’oro. Dei primi due non credo si tratti di grandi artisti ma di geniali intellettuali, mentre i secondi sono diventati una fabbrica di denari, come ricordava Jean Clair nel suo famoso articolo su Repubblica del 23 ottobre 2013 “L’Arte è un falso, l’opera contemporanea tra tecniche seriali e mercato impazzito”. Ho letto qualcuno degli scritti che Giancarlo Politi, fondatore e direttore della rivista Flash Art, ha diffuso via mail a partire dal mese di maggio del 2018. In questa sua rubrica di ricordi, iniziata con “Amarcord 1”, l’autore umbro ha raccolto riflessioni sulla sua esperienza di editore e critico, riportando alla memoria personaggi che hanno segnato le sorti dell’arte contemporanea in Italia. In “Amarcord 5“ afferma: “Conobbi personalmente Lucio Fontana a Trevi, in uno dei suoi frequenti soggiorni da Gavina, personaggio mitico dell’arte e del design. Negli anni Cinquanta aprì un grande stabilimento per mobili di alta qualità e design a Foligno, a pochi chilometri dalla mia casa. Nel nuovissimo e tecnologico stabilimento di Foligno, Fontana era di casa, per rilassarsi, per gustare la cucina umbra di cui pare fosse un estimatore, ma soprattutto per realizzare le sue opere. Affidava i suoi disegni a un operaio che li realizzava completamente e perfettamente. Lucio, infatti, enfatizzava la bravura degli operai di Gavina, con cui condivideva pranzi e cene. Rimasi di stucco un giorno quando, da critico d’arte, gli chiesi da dove era nata l’idea del taglio nelle sue opere: un gesto su cui erano stati scritti libri sacri che richiamavano la fisica quantistica, il buco nero o la terza dimensione. Mi rispose, lasciandomi di stucco, che l’idea gli era venuta dalla ‘figa’ di V…, che io conoscevo bene perché era un’artista molto attiva (e bravissima), ed era stata (o era?) la fidanzata di Piero Manzoni“…! Viene da pensare: perché Politi porge a noi tutti sul piatto d’argento una tale gustosa leccornia? Si tratta forse di un mea culpa? Ma tant’è. Nel campo delle arti figurative il termine artista è da sempre molto inflazionato, forse anche perché la categoria si riduce sempre di più; alcuni muoiono, altri non ce la fanno a reggere al lavoro poco riconosciuto, difficile e stressante. Tralasciamo l’approfondimento della parola artista per motivi di severità e per non ingenerare confusione con chi crede di esserlo. Affermiamo invece che esistono molti buoni od ottimi pittori, scultori, registi, musicisti, poeti, scrittori ecc. Di artisti invece come Fellini, o di quelli rivoluzionari come Giotto, Caravaggio o Picasso, che produssero il nuovo, non ce ne sono molti e tanti forse sono ancora da scoprire. Ma la cosa più buffa è che molte persone considerano impropriamente artisti quelli che possiedono una certa bravura tecnica o interpretativa, come gli attori, gli interpreti dei melodrammi, le spogliarelliste, i disegnatori di vignette umoristiche, i fumettari, i calzolai che cuciono le scarpe a mano, i circensi, i grandi calciatori, ecc. Il settore dello spettacolo osa di più definendo i canzonettari grandi artisti, invece che definirli semplicemente cantanti, magari tecnicamente bravi. C’è poi chi intende l’arte come abilità o virtuosismo specifico di chi rivela una competenza acquisita o perfezionata tramite l’esercizio e la pratica (l’arte del falegname o quella dei grandi chef). Non si può quindi negare che il termine artista oggi sia persino inflazionato, grazie all’ignoranza di quelli che considerano artisti coloro che operano nelle più svariate professioni. Resta poi da affermare che le Accademie di Belle Arti, i Conservatori di Musica o le Facoltà di Lettere non sfornano necessariamente artisti in queste discipline, mentre è ancora più risibile chi definisce artisti le ballerine, i sarti (oggi denominati stilisti di moda), i conduttori di programmi televisivi, i calciatori eccetera, arrivando a ritenere alcuni di loro, come ad esempio, Balotelli o Ronaldo, “patrimoni dell’umanità” per i loro virtuosismi. Così come per gli attori, i cantanti di musica leggera e classica, i pianisti o altri strumentisti, baciati dalla fortuna di possedere alcune doti, sarebbe più giusto chiamarli grandi interpreti, anziché artisti. Nel frattempo, per liberare il campo dai dubbi, sarei tentato di indicare definitivamente cos’è l’arte, ma non lo farò perché già in tanti hanno dato definizioni da manuale di storia dell’arte, alimentando infinite discussioni non soltanto in ambito accademico ma anche tra quegli occasionali fruitori d’arte che nei fine settimana affollano le mostre allestite nei musei ed in altri siti. Tra l’altro è impossibile immobilizzare la natura dell’arte in una spiegazione teorica qual è proposta da alcune filosofie estetiche, del tipo l’arte è Bellezza, oppure Comunicazione o Forma e così via. Ancora più comunemente si pensa all’arte nel suo significato più generico, quello del ritratto, della figura umana o del paesaggio che diventerebbe arte se è dipinto tale e quale. D’altro canto, ho spesso sentito affermare, persino da alcuni esperti, che quel tale artista è bravissimo o che quell’altro è modesto se non pessimo: ritengo invece che non sia giusto pensarla in questo modo, in quanto nessun artista è scarso, ma si può invece dire che un pittore o uno scultore hanno realizzato brutte opere, se in riferimento alle arti figurative.
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riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

17 Antonio Fomez  È nato a Portici (Napoli) nel 1937 e vive e lavora a Milano dal 1963. La sua prima personale è del 1961 alla napoletana Galleria S.Carlo. Innovatore e sperimentatore di tecniche e linguaggi, è stato tra i primi in Italia ad utilizzare il linguaggio della pop art.
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polemiche e proposte sull’arte contemporanea

17 Antonio Fomez  È nato a Portici (Napoli) nel 1937 e vive e lavora a Milano dal 1963. La sua prima personale è del 1961 alla napoletana Galleria S.Carlo. Innovatore e sperimentatore di tecniche e linguaggi, è stato tra i primi in Italia ad utilizzare il linguaggio della pop art.

UN MEA

CULPA?

Nel campo delle arti figurative il

termine artista è da sempre assai

inflazionato

di Antonio Fomez Giorgio Seveso pone alcuni interrogativi sull’attuale situazione artistica italiana e sulle sue contraddizioni. Il quesito più importante da risolvere è: cosa occorre cambiare. Prima di ipotizzare qualche risposta o tentare una definizione della parola Arte, è bene precisare che l’arte e il mercato non procedono parallelamente perché hanno intenzionalità e percorsi differenti. Scrive Panza di Biumo, collezionista di fama mondiale scomparso nel 2010: “Non si può creare una buona collezione di arte contemporanea con l’idea di investimento. Anche perché questo tipo di arte è soggetto più di altre alle fluttuazioni e alle mode. È un’arte proiettata al futuro. E per capirla bisogna abbandonare i vecchi schemi”. Se qualcuno oggi avesse percezioni positive sul cammino dell’arte e dei suoi valori, mi riempirebbe di perplessità. Per quanto mi riguarda, penso che se anche la Storia dell’arte fosse riscritta, sarebbero altri, favoriti dalla sorte, a trarne sollievo, visto che ho atteso fino al 2016 per essere annoverato tra i primi artisti Pop italiani, grazie alla mostra “Italia Pop” tenutasi a Parma in quell’anno. Andando a ritroso col tempo, non bisogna dimenticare chi, nell’ottobre del 1968, stampava in casa col ciclostile la rivista Nac (“Notiziario di arte contemporanea”), nata per volontà di Francesco Vincitorio, amato da tutti negli anni ’70 e totalmente dimenticato oggi, che rifiutava ogni pubblicità e qualsiasi possibile condizionamento economico. Quell’impareggiabile direttore, sconosciuto oggi da taluni superpagati critici d’arte, decise di promuovere un progetto di divulgazione della cultura artistica. Aderii alle sue iniziative, portando ai meeting che Vincitorio organizzava il sabato pomeriggio alcuni miei vivaci studenti di un liceo scientifico milanese (che mi ringraziarono perché appresero così dell’esistenza di Fontana e Burri, importanti autori le cui opere erano già esposte nel musei di tutto il mondo). Pubblicai sulla rivista Nac uno scritto, sostenendo che per risolvere questi problemi di comprensione dell’arte bisognava partire dall’educazione artistica dei bambini dell’asilo. In realtà ho scoperto da poco che questa idea di educare i bambini attraverso l’arte risale addirittura a Platone, come ha scritto Argan nella prefazione a “Educare con l’arte” scritto da Herbert Read nel 1954. Dopo l’arte moderna, nata attorno agli anni 1860 e che possiamo far arrivare fino al 1970, si colloca l’arte contemporanea, definita anche arte postmoderna. Credo che la catalogazione di un periodo storico o di un movimento artistico dal punto di vista temporale sia piuttosto limitante, perché l’arte è stata sempre in divenire e, più che gli stili o i gruppi, contano le personalità creative ed autonome, che magari ai loro tempi sono andate controcorrente. In questi ultimi anni Il mercato dell'arte, fondato da sempre sul lungo termine, ha incrociato quello della finanza fondato sul brevissimo termine, al punto da fondersi con esso. Alla luce di ciò è stato prorompente l’apporto di un sciame di impostori e giocolieri, che tuttora imperversano nel mercato dell’arte, coadiuvati dall’editoria compiacente, dai collezionisti, dalle gallerie d’arte e dalle banche, che hanno in mano le subdole redini della negoziazione, proponendo presunti artisti di arte contemporanea a prezzi salati. Si pensi al clamoroso “Orinatoio” di Duchamp del 1917, alla “Merda d’artista” di Manzoni degli anni ’60, al laboratorio di serialità di Warhol o ai tagli infiniti di Fontana, commercializzati in seguito con multipli e repliche vendute a peso d’oro. Dei primi due non credo si tratti di grandi artisti ma di geniali intellettuali, mentre i secondi sono diventati una fabbrica di denari, come ricordava Jean Clair nel suo famoso articolo su Repubblica del 23 ottobre 2013 “L’Arte è un falso, l’opera contemporanea tra tecniche seriali e mercato impazzito”. Ho letto qualcuno degli scritti che Giancarlo Politi, fondatore e direttore della rivista Flash Art, ha diffuso via mail a partire dal mese di maggio del 2018. In questa sua rubrica di ricordi, iniziata con “Amarcord 1”, l’autore umbro ha raccolto riflessioni sulla sua esperienza di editore e critico, riportando alla memoria personaggi che hanno segnato le sorti dell’arte contemporanea in Italia. In “Amarcord 5“ afferma: “Conobbi personalmente Lucio Fontana a Trevi, in uno dei suoi frequenti soggiorni da Gavina, personaggio mitico dell’arte e del design. Negli anni Cinquanta aprì un grande stabilimento per mobili di alta qualità e design a Foligno, a pochi chilometri dalla mia casa. Nel nuovissimo e tecnologico stabilimento di Foligno, Fontana era di casa, per rilassarsi, per gustare la cucina umbra di cui pare fosse un estimatore, ma soprattutto per realizzare le sue opere. Affidava i suoi disegni a un operaio che li realizzava completamente e perfettamente. Lucio, infatti, enfatizzava la bravura degli operai di Gavina, con cui condivideva pranzi e cene. Rimasi di stucco un giorno quando, da critico d’arte, gli chiesi da dove era nata l’idea del taglio nelle sue opere: un gesto su cui erano stati scritti libri sacri che richiamavano la fisica quantistica, il buco nero o la terza dimensione. Mi rispose, lasciandomi di stucco, che l’idea gli era venuta dalla ‘figa’ di V…, che io conoscevo bene perché era un’artista molto attiva (e bravissima), ed era stata (o era?) la fidanzata di Piero Manzoni“…! Viene da pensare: perché Politi porge a noi tutti sul piatto d’argento una tale gustosa leccornia? Si tratta forse di un mea culpa? Ma tant’è. Nel campo delle arti figurative il termine artista è da sempre molto inflazionato, forse anche perché la categoria si riduce sempre di più; alcuni muoiono, altri non ce la fanno a reggere al lavoro poco riconosciuto, difficile e stressante. Tralasciamo l’approfondimento della parola artista per motivi di severità e per non ingenerare confusione con chi crede di esserlo. Affermiamo invece che esistono molti buoni od ottimi pittori, scultori, registi, musicisti, poeti, scrittori ecc. Di artisti invece come Fellini, o di quelli rivoluzionari come Giotto, Caravaggio o Picasso, che produssero il nuovo, non ce ne sono molti e tanti forse sono ancora da scoprire. Ma la cosa più buffa è che molte persone considerano impropriamente artisti quelli che possiedono una certa bravura tecnica o interpretativa, come gli attori, gli interpreti dei melodrammi, le spogliarelliste, i disegnatori di vignette umoristiche, i fumettari, i calzolai che cuciono le scarpe a mano, i circensi, i grandi calciatori, ecc. Il settore dello spettacolo osa di più definendo i canzonettari grandi artisti, invece che definirli semplicemente cantanti, magari tecnicamente bravi. C’è poi chi intende l’arte come abilità o virtuosismo specifico di chi rivela una competenza acquisita o perfezionata tramite l’esercizio e la pratica (l’arte del falegname o quella dei grandi chef). Non si può quindi negare che il termine artista oggi sia persino inflazionato, grazie all’ignoranza di quelli che considerano artisti coloro che operano nelle più svariate professioni. Resta poi da affermare che le Accademie di Belle Arti, i Conservatori di Musica o le Facoltà di Lettere non sfornano necessariamente artisti in queste discipline, mentre è ancora più risibile chi definisce artisti le ballerine, i sarti (oggi denominati stilisti di moda), i conduttori di programmi televisivi, i calciatori eccetera, arrivando a ritenere alcuni di loro, come ad esempio, Balotelli o Ronaldo, “patrimoni dell’umanità” per i loro virtuosismi. Così come per gli attori, i cantanti di musica leggera e classica, i pianisti o altri strumentisti, baciati dalla fortuna di possedere alcune doti, sarebbe più giusto chiamarli grandi interpreti, anziché artisti. Nel frattempo, per liberare il campo dai dubbi, sarei tentato di indicare definitivamente cos’è l’arte, ma non lo farò perché già in tanti hanno dato definizioni da manuale di storia dell’arte, alimentando infinite discussioni non soltanto in ambito accademico ma anche tra quegli occasionali fruitori d’arte che nei fine settimana affollano le mostre allestite nei musei ed in altri siti. Tra l’altro è impossibile immobilizzare la natura dell’arte in una spiegazione teorica qual è proposta da alcune filosofie estetiche, del tipo l’arte è Bellezza, oppure Comunicazione o Forma e così via. Ancora più comunemente si pensa all’arte nel suo significato più generico, quello del ritratto, della figura umana o del paesaggio che diventerebbe arte se è dipinto tale e quale. D’altro canto, ho spesso sentito affermare, persino da alcuni esperti, che quel tale artista è bravissimo o che quell’altro è modesto se non pessimo: ritengo invece che non sia giusto pensarla in questo modo, in quanto nessun artista è scarso, ma si può invece dire che un pittore o uno scultore hanno realizzato brutte opere, se in riferimento alle arti figurative.