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| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |

25/11/2020

LA RIVOLUZIONE E NOI

di Giovanni Mattio Alcuni giorni fa in una trasmissione su Rai tre ho colto l’intervista agli autori Ilaria Freccia e Federico Pratesi - di un recente film documentario intitolato “La rivoluzione siamo noi” che sarebbe stato proposto al Torino film festival il 25 di novembre. La trasmissione era condotta sulle note della canzone di Gianni Pettenati “Ci sarà la rivoluzione”, del gruppo musicale ‘Bandiera gialla’ che nell’ormai lontano 1967 dava per scontato un cambiamento epocale, segnato dalla fine dei contrasti e dei rancori. Ma la cosa per noi interessante è che il documentario tratta proprio della rivoluzione creativa che investì il mondo dell’arte dopo il ’68, coinvolgendo artisti, critici, galleristi, pubblico. (Per inciso erano gli anni della guerra del Vietnam, anzi quelli in cui la guerra era duramente contestata dai movimenti giovanili, dai figli dei fiori, da cantautori epocali come Joan Baez e Bob Dylan, per intenderci e sbiaditamente per imitazione ah, l’America grande mito e modello! – anche a casa nostra). Ritornando al documentario in questione che ci riporta agli anni giovanili - per me ben poco consapevoli dei fatti del mondo, ma comunque intrisi di sogni, aspettative e velleità di modellare, o rimodellare quel mondo che credevamo attendesse il nostro ingresso mi ha colpito l’affermazione attribuita a Michelangelo Pistoletto. Se non ricordo male, l’affermazione sarebbe da collocare nell’anno 1977 - quando la famigerata guerra del Vietnam era finita, con ignominia per l’America, ormai da due anni - cioè a dieci anni di distanza dalla nascita del movimento dell’arte povera a cura di Germano Celant. Dieci anni che avevano visto l’affluenza nel gruppo di altri artisti tuttora di spicco oltre a quelli della prima ora; dieci anni in cui la coscienza di voler rifondare alcuni basamenti dell’arte e di poter incidere nella società era ormai piena. Ebbene, in un’intervista (1977?) Pistoletto disse - quasi testualmente - che la prima opera d’arte è l’orma di una mano sulle pareti di una caverna. A cui seguono le impronte di tante mani che fanno del primo gesto un gesto collettivo, quello che è il principio della società e che permette di affermare che fin dalle origini l’arte è politica. Tale premessa ci porta al tema di questo numero di riContemporaneo. Ossia l’invito agli artisti da parte di un’autorità politica in ambito europeo ad operare in funzione di un miglioramento delle condizioni ambientali. E con un richiamo all’esperienza del Bauhaus. Che fu notevole, radicale e rivoluzionario e perciò inviso al Nazismo - ecco qui confermata la valenza politica dell’arte anche se stentiamo a credere che una scuola di cultura, di arte e di architettura che si prefiggeva un miglioramento del vivere e dell’abitare, potesse contrastare con gli obiettivi della politica. Se, però, pensiamo ai roghi dei libri e delle opere d’arte cosiddette ‘degenerate’ (come ricorda il suggestivo monumento ipogeo di Bebelplatz), comprendiamo la paura che uno stato totalitario ha della cultura innovativa. Quella che incide nei costumi, che ispira le coscienze, che supera i confini dell’estetica per proporre modelli etici. L’invito a ispirarsi al modello del Bauhaus a chi opera nel mondo dell’arte, cosa può significare oggi? Non c’è il rischio che sia un retorico e nostalgico richiamo a un passato che si spiega nel suo contesto storico, ma che richiederebbe formule nuove nel presente? La prima risposta ce la l’assunto del documentario stesso che si rifà a ciò che successe mezzo secolo fa, cioè alla distanza di un altro mezzo secolo circa dalla fondazione del Bauhaus. Individuare in quel tempo lo sviluppo di polloni spuntati su quel tronco reciso dall’oscurantismo nazista, significa non solo riconoscere la positività e la novità di quegli sforzi comuni la rivoluzione asserita nel titolo - ma additare al presente la necessità di nuovi innesti su un albero ancora ricco di linfe. In altre parole, non si tratta di una celebrazione, ma di un invito a trarre esempio da quell’esperienza globalizzante e un monito a esperire nuovi e autentici orizzonti. Non certo a resuscitare progetti di un secolo fa, perché l’impulso che quella scuola diede ha varcato di gran lunga i confini temporali in cui essa operò e ha indirizzato le ricerche nei settori più svariati. Normalmente si attribuisce al Bauhaus il cambiamento di rotta nelle arti applicate, il design e l’architettura in particolare. Un dato innegabile, come sono innegabili i vantaggi che ne sono derivati. L’attenzione per l’ambiente che oggi è oggetto di acceso dibattito - è alla base della filosofia del Bauhaus. L’ecologia come scienza - anche se il termine ecologia era già stato coniato alcuni anni prima ha tratto impulso da quel pensiero estetico per diventare studio e pratica costante in difesa del nostro habitat. In campo artistico, come non ricordare Joseph Beuys e la sua Piantagione Paradise, o le settemila pietre di basalto di Kassel finalizzate alla messa a dimora di altrettante querce? E la coppia Jeanne-Claude e Christo con i loro interventi sul paesaggio? O, in campo nostrano, l’operazione ‘Legarsi alla montagna’ di Maria Lai, primo grande esempio di Arte Relazionale? Di Maria Lai tutta la ricerca artistica è intesa a ridare vita a tradizioni e costumi identitari di una terra e di una gente. Sono pochi esempi, forse i più clamorosi, ma credo sufficienti a dimostrare che i semi del Bauhaus hanno continuato a germogliare (e ognuno ne conosce i frutti). Ma veniamo a noi, con le nostre conoscenze, la nostra esperienza e le nostre poetiche. Se ci è dato di svettare, ciò non può avvenire senza essere testimoni del nostro tempo, delle sue urgenze e problematiche. Se apparteniamo al sottobosco, ci dobbiamo rendere conto che la funzione del sottobosco è essenziale per mantenere, o creare equilibri nell’ecosistema. Come della natura, così dell’arte. Non si tratta di snaturarci, anzi proprio non lo dobbiamo fare, se il nostro operare è onesto, ossia svincolato dall’utile immediato. Se la nostra ricerca artistica poggia su solide basi di linguaggio, se non ha solo il fine di compiacere, o di mercificare, ma è intesa a percorrere le vie della conoscenza con instancabile dedizione, anche a costo di apparire ostinata; se l’indagine sul complesso mistero della natura e della psiche risponde a fini autentici, dobbiamo solo essere coerenti e resistere. Non solo nell’operare artistico, ma nell’agire e nel vivere quotidiano. Non sarà la minaccia del morbo a fermarci e neanche le fate morgane del marketing a ingannarci. Chi sarà in grado di udire il canto delle sirene senza lasciarsi ammaliare sarà anche in grado di rispondere all’appello verso un’arte che promuova il meglio nel nostro mondo.

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

17 GIOVANNI MATTIO  Nato a Cuneo nel 1949, vive a Milano dal 1989. Dopo studi classici, ha insegnato e dipinto. G.Mattio, "E come il vento...", 2010-2011, polimaterico su tela, cm 140x100

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

17 GIOVANNI MATTIO  Nato a Cuneo nel 1949, vive a Milano dal 1989. Dopo studi classici, ha insegnato e dipinto.

25/11/2020

LA RIVOLUZIONE E

NOI

di Giovanni Mattio Alcuni giorni fa in una trasmissione su Rai tre ho colto l’intervista agli autori Ilaria Freccia e Federico Pratesi - di un recente film documentario intitolato “La rivoluzione siamo noi” che sarebbe stato proposto al Torino film festival il 25 di novembre. La trasmissione era condotta sulle note della canzone di Gianni Pettenati “Ci sarà la rivoluzione”, del gruppo musicale ‘Bandiera gialla’ che nell’ormai lontano 1967 dava per scontato un cambiamento epocale, segnato dalla fine dei contrasti e dei rancori. Ma la cosa per noi interessante è che il documentario tratta proprio della rivoluzione creativa che investì il mondo dell’arte dopo il ’68, coinvolgendo artisti, critici, galleristi, pubblico. (Per inciso erano gli anni della guerra del Vietnam, anzi quelli in cui la guerra era duramente contestata dai movimenti giovanili, dai figli dei fiori, da cantautori epocali come Joan Baez e Bob Dylan, per intenderci e sbiaditamente per imitazione ah, l’America grande mito e modello! anche a casa nostra). Ritornando al documentario in questione che ci riporta agli anni giovanili - per me ben poco consapevoli dei fatti del mondo, ma comunque intrisi di sogni, aspettative e velleità di modellare, o rimodellare quel mondo che credevamo attendesse il nostro ingresso mi ha colpito l’affermazione attribuita a Michelangelo Pistoletto. Se non ricordo male, l’affermazione sarebbe da collocare nell’anno 1977 - quando la famigerata guerra del Vietnam era finita, con ignominia per l’America, ormai da due anni - cioè a dieci anni di distanza dalla nascita del movimento dell’arte povera a cura di Germano Celant. Dieci anni che avevano visto l’affluenza nel gruppo di altri artisti tuttora di spicco oltre a quelli della prima ora; dieci anni in cui la coscienza di voler rifondare alcuni basamenti dell’arte e di poter incidere nella società era ormai piena. Ebbene, in un’intervista (1977?) Pistoletto disse - quasi testualmente - che la prima opera d’arte è l’orma di una mano sulle pareti di una caverna. A cui seguono le impronte di tante mani che fanno del primo gesto un gesto collettivo, quello che è il principio della società e che permette di affermare che fin dalle origini l’arte è politica. Tale premessa ci porta al tema di questo numero di riContemporaneo. Ossia l’invito agli artisti da parte di un’autorità politica in ambito europeo ad operare in funzione di un miglioramento delle condizioni ambientali. E con un richiamo all’esperienza del Bauhaus. Che fu notevole, radicale e rivoluzionario e perciò inviso al Nazismo - ecco qui confermata la valenza politica dell’arte anche se stentiamo a credere che una scuola di cultura, di arte e di architettura che si prefiggeva un miglioramento del vivere e dell’abitare, potesse contrastare con gli obiettivi della politica. Se, però, pensiamo ai roghi dei libri e delle opere d’arte cosiddette ‘degenerate’ (come ricorda il suggestivo monumento ipogeo di Bebelplatz), comprendiamo la paura che uno stato totalitario ha della cultura innovativa. Quella che incide nei costumi, che ispira le coscienze, che supera i confini dell’estetica per proporre modelli etici. L’invito a ispirarsi al modello del Bauhaus a chi opera nel mondo dell’arte, cosa può significare oggi? Non c’è il rischio che sia un retorico e nostalgico richiamo a un passato che si spiega nel suo contesto storico, ma che richiederebbe formule nuove nel presente? La prima risposta ce la l’assunto del documentario stesso che si rifà a ciò che successe mezzo secolo fa, cioè alla distanza di un altro mezzo secolo circa dalla fondazione del Bauhaus. Individuare in quel tempo lo sviluppo di polloni spuntati su quel tronco reciso dall’oscurantismo nazista, significa non solo riconoscere la positività e la novità di quegli sforzi comuni la rivoluzione asserita nel titolo - ma additare al presente la necessità di nuovi innesti su un albero ancora ricco di linfe. In altre parole, non si tratta di una celebrazione, ma di un invito a trarre esempio da quell’esperienza globalizzante e un monito a esperire nuovi e autentici orizzonti. Non certo a resuscitare progetti di un secolo fa, perché l’impulso che quella scuola diede ha varcato di gran lunga i confini temporali in cui essa operò e ha indirizzato le ricerche nei settori più svariati. Normalmente si attribuisce al Bauhaus il cambiamento di rotta nelle arti applicate, il design e l’architettura in particolare. Un dato innegabile, come sono innegabili i vantaggi che ne sono derivati. L’attenzione per l’ambiente che oggi è oggetto di acceso dibattito - è alla base della filosofia del Bauhaus. L’ecologia come scienza - anche se il termine ecologia era già stato coniato alcuni anni prima ha tratto impulso da quel pensiero estetico per diventare studio e pratica costante in difesa del nostro habitat. In campo artistico, come non ricordare Joseph Beuys e la sua Piantagione Paradise, o le settemila pietre di basalto di Kassel finalizzate alla messa a dimora di altrettante querce? E la coppia Jeanne-Claude e Christo con i loro interventi sul paesaggio? O, in campo nostrano, l’operazione ‘Legarsi alla montagna’ di Maria Lai, primo grande esempio di Arte Relazionale? Di Maria Lai tutta la ricerca artistica è intesa a ridare vita a tradizioni e costumi identitari di una terra e di una gente. Sono pochi esempi, forse i più clamorosi, ma credo sufficienti a dimostrare che i semi del Bauhaus hanno continuato a germogliare (e ognuno ne conosce i frutti). Ma veniamo a noi, con le nostre conoscenze, la nostra esperienza e le nostre poetiche. Se ci è dato di svettare, ciò non può avvenire senza essere testimoni del nostro tempo, delle sue urgenze e problematiche. Se apparteniamo al sottobosco, ci dobbiamo rendere conto che la funzione del sottobosco è essenziale per mantenere, o creare equilibri nell’ecosistema. Come della natura, così dell’arte. Non si tratta di snaturarci, anzi proprio non lo dobbiamo fare, se il nostro operare è onesto, ossia svincolato dall’utile immediato. Se la nostra ricerca artistica poggia su solide basi di linguaggio, se non ha solo il fine di compiacere, o di mercificare, ma è intesa a percorrere le vie della conoscenza con instancabile dedizione, anche a costo di apparire ostinata; se l’indagine sul complesso mistero della natura e della psiche risponde a fini autentici, dobbiamo solo essere coerenti e resistere. Non solo nell’operare artistico, ma nell’agire e nel vivere quotidiano. Non sarà la minaccia del morbo a fermarci e neanche le fate morgane del marketing a ingannarci. Chi sarà in grado di udire il canto delle sirene senza lasciarsi ammaliare sarà anche in grado di rispondere all’appello verso un’arte che promuova il meglio nel nostro mondo.
G.Mattio, "E come il vento...", 2010-2011, polimaterico su tela, cm 140x100